venerdì 2 febbraio 2007

È ancora vera informazione quella che si fa nel nostro Paese?

Già in passato, in questo “blog”, ho avuto modo di trattare sull’argomento “informazione” (vedi 1, 2 e 3).

Ritengo la categoria (li metto tutti assieme) non più capace, salvo rare eccezioni: editori di giornali, proprietari di Tv, direttori vari e, non ultimi, anche i giornalisti non fanno più il loro mestiere, come lo sapevano fare una volta.

Gli editori ed i padroni di Tv, lo sappiamo, hanno altri interessi: il lettore o l’ascoltatore, in qualità d’ultimo e più importante utilizzatore del prodotto, non è più al primo posto dei loro pensieri perché, invece, sono i tornaconti personali o di potenti gruppi economici che vengono in primo luogo. Vengono poi i direttori, servi del padrone e del politico che gestisce quella fetta di potere; anche per loro l’ascoltatore/lettore non è ai primi posti.

Lo stesso vale anche per i giornalisti, ossequenti al direttore ed ai politici. Nessuno ha più il coraggio di compiere inchieste, e stanno ad attendere l’”agenzia”, che poi verrà commentata -e basta- magari indirizzandola.

Questi signori si prendono la briga di spostare le notizie, di nasconderle -se necessario- in modo da condurre chi legge, o chi ascolta, su ben determinati binari. Fanno opinione, si dice oggi, come se ognuno non fosse in grado di crearsi un’opinione propria … senza gli “aiutini”!

“Si prega di abolire le notizie per non disturbare le opinioni” questo è il sottotitolo dell’ultimo libro di Marco Travaglio, giornalista pure lui, e, forse, non indenne da questo modo di operare. Il merito di questo libro ("La scomparsa dei fatti") non è quello di raccontarci storie sconosciute, ma quello di elencarle e di ricordarle perché, invece, sono facili da dimenticare e ci sono molti contenti che tutto ciò passi.

“Se in America” –scrive Travaglio- “il giornalismo è il cane da guardia del potere, in Italia è il cane da compagnia. O da riporto”.

Parole giuste che, ovviamente, devono portarci a riflettere: siamo ancora in una democrazia reale o, invece, siamo in una democrazia “guidata”?

Anche i giovani che intraprendono questa professione si trovano spiazzati; il loro entusiasmo per un lavoro che, obiettivamente, è da considerarsi un “bel lavoro”, viene presto buttato alle ortiche per il precariato che consiste, soprattutto, in un lavoro a cottimo: tanti articoli per la classica “pipa di tabacco”! E quindi, anche molti di loro, pur animati da buone intenzioni, sono costretti a seguire i sentieri già battuti dai professionisti dell’informazione, sempre che si possa chiamare ancora informazione.

In un articolo su “GVonline”, emanazione di “Gente Veneta”, settimanale de Patriarcato di Venezia, il direttore Sandro Vigani, nel trattare l’argomento scrive, fra l’altro, quanto segue: “ … Quando parlo con questi giovani pieni di entusiasmo e li incoraggio a stringere i denti e andare avanti, mi viene da pensare alla situazione del giornalismo italiano. Un giornalismo lontanissimo dalla freschezza e dalla voglia di fare di questi giovani, colpito da una pericolosa atrofia, stanco ed ingessato. Di solito si dà la colpa al sistema, ai monopoli dell’informazione, alla politica, agli editori... ma nessuno mi toglie dalla testa che sia anche colpa dei giornalisti! Vedo molti giornalisti, anche di fama, sempre più lontani dai problemi veri della gente, dalla sua vita... a meno che non si creda che la vita gente sia fatta soprattutto di politica e di gossip. Giornalisti che fanno gli articoli solo sui lanci d’agenzia, non fanno più inchieste serie. Giornalisti che propongono ‘importanti’ analisi sociologiche a partire da indagini statistiche da salotto, fabbricate su campioni di qualche centinaio di persone. Giornalisti che diventano intrattenitori, presentatori, showman, imbonitori… e trasformano l’informazione – spesso anche il dolore - in inutile spettacolo. Paladini di un presunto diritto/dovere di cronaca, in nome del quale scavano con violenza nella vita privata dei cittadini per mettere in piazza le loro tragedia. Grandi firme strapagate della stampa italiana - baroni dell’informazione, che nessuno può toccare – che si ergono a moralizzatori della società senza averne il titolo e il mandato... e spesso neanche la stoffa. Giornalisti che fanno i parlamentari di partito e continuano a fare i giornalisti. Giornalisti che riempiono pagine sulla politica del Paese senza dichiarare apertamente da che parte stanno. Giornalisti che confondono l’informazione con l’opinione, il commento con il racconto dei fatti. … ” (vedi articolo completo)


2 commenti:

Enrico ha detto...

Caro Sergio,
essenzialmente sono d'accordo con te, anche se ho scoperto, mediante INTERNET, che ci sono ancora dei bravi giornalisti.Non molti, ma ci sono.
Credo che la causa prima del basso livello cui assistiamo sia la mancanza di professionalità.
Non si chiede ad un giornalista di essere "neutro" - sarebbe una pia illusione - ma di controllare, quando parla di un fatto, se le sue premesse implicite, i suoi presupposti sono evidenti (o facilmente dimostrabili), oppure esprimono solo un giudizio, magari condiviso da molti, ma tutt'altro che verificato.Esempio di giudizi assunti come verità implicite sono: "Berlusconi è un disonesto che fa solo i suoi interessi", oppure "la maggior parte della gente non arriva alla fine del mese col suo stipendio o la pensione" o ancora "gli omosessuali sono discriminati" o ancora"in una democrazia la scuola deve essere pubblica".
Partendo da premesse personali, si esprimono visioni della realtà fortemente viziate.

Toni ha detto...

Caro Sergio,
sono talmnte d'accordo con te, che vorrei averle scritte io quelle cose!!!
P.S. Acquisterò il libro di Travaglio