martedì 30 gennaio 2018

Tassazione attuale e flax tax - Facciamo i cosiddetti "conti della serva"

Una delle promesse di questa campagna elettorale, fatta solo di promesse, è quella di diminuire la tassazione IRPEF portandola per tutti al 23%.  
Cioé, qualsiasi sia il reddito, la percentuale sarebbe uguale abolendo così il principio della progressività delle imposte per cui in presenza di una base imponibile più elevata si paga un'imposta proporzionalmente maggiore.

Questo principio è previsto dalla nostra Costituzione all'art. 53.

Infatti l'articolo 53 della Costituzione, posto nella Sezione I. Diritti e doveri dei cittadini, Titolo IV. Rapporti politici, recita:
Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.
Ed allora, come si fa a promettere qualcosa che poi non si può mantenere perché prima bisognerebbe variare la Carta Costituzionale, cosa un po' più complessa?

Comunque, presupponendo che si arrivi a questo, chi ci guadagnerebbe?

Quelli con i redditi minori, la maggior parte dei cittadini, o coloro con redditi ben superiori alla media? 

Facciamo un po' di conti che definisco i "conti della serva" perché tutti dovrebbero essere in grado di farli. Ma, forse, non è proprio così.
 
Ed allora, senza scendere nei particolari propongo queste due immagini, una con le attuali aliquote e l'altra con un'esemplifacazione di quanto si paga adesso, prendendo come redditi imponibili il massimo di ogni scaglione e quello che si pagherebbe con l'abolizione della progressività, con l'evidenza di chi risparmierebbe.



Meditate elettori quando sarete nella cabina elettorale!!!
   

mercoledì 24 gennaio 2018

Canti friulani di Arturo Zardini
-Opera omnia-

La presente pubblicazione -che segue quella pubblicata di recente dal titolo "Stelutis alpinis, ma non solo"- di soli canti e villotte friulani del compositore Artusro Zardini, comprende trentacinque brani e può considerarsi l'"opera omnia" di questo genere di composizioni.
Di queste, quattordici sono con testo dello stesso Zardini, una ("Dai un tic a di che puarte") è una sua armonizzazione di una melodia popolare raccolta a Pontebba nel 1921, mentre di un'altra ("Cisilute") è stato trovato uno spartito, copiato da un anonimo nel 1931 presso il seminario di Udine, sul quale viene riportato come autore A. Zardini.
Le altre composizioni, diciannove, sono su testi di diversi poeti friulani contemporanei e amici di Zardini.
La pubblicazione in questione -edita dall'Associazione Culturale Coro Marmolada di Venezia in formato pdf- è scaricabile da questo indirizzo ed è duplicabile per solo uso personale e didattico. Sono vietate tutte le duplicazioni per uso commerciale.
La digitazione dei singoli spartiti ha permesso la creazione dei files musicali in mp3 della musica digitale complessiva e delle singole partiche che possono essere ascoltate collegandosi a questa pagina del sito.

Sergio Piovesan
del Coro Marmolada di Venezia

domenica 14 maggio 2017

Mega deposito di gas liquido in laguna a Porto Marghera



Mega deposito di gas liquido in laguna a Porto Marghera

Questo il titolo di un articolo de "La Nuova Venezia" on line di ieri 13 maggio.
Chi volesse leggerlo per intero clicchi qui  .

Riporto alcuni passi.

" ....  il terminal gasiero in laguna progettato dalle società per azioni Decal e San Marco Petroli prevede lo stoccaggio di una quantità quasi tre volte maggiore ma di gas naturale liquefatto (gnl) da utilizzare come combustibile per navi da crociera e commerciali e l’autotrasporto."

Come si evince, anche questo impianto dovrà servire alle navi da crociera, alle grandi navi! (sempre loro)
Ed ancora

" ...  Decal e San Marco Petroli, le due società attive a Venezia (e non solo) nello stoccaggio e nella movimentazione di rinfuse liquide, hanno messo a punto – in joint-venture e con un co-finanziamento dell’Unione Europea – lo studio di fattibilità per la costruzione a Porto Marghera di un terminal di ricezione e rispedizione gnl da 32.000 metri cubi. Il terminal dovrebbe sorgere lungo il canale Sud, in corrispondenza dell’accosto della banchina “Decal 1” (ex Italcementi) rinnovata nel 2016 e in grado di accogliere navi gasiere con capacità compresa tra 7.500 e 30.000 metri cubi, e fino a 65.000 metri cubi in condizioni meteo normali, che scaricheranno il gnl nei nuovi depositi in progettazione."

Non si tratta di un piccolo impianto, ma di una mega struttura che, a detta dei progettisti, dovrebbe avere il massimo della  sicurezza. Ci si può anche credere, ma non c'è la certezza. Ed allora come la mettiamo con il traffico di bettoline (vedi sotto) che viaggeranno in laguna per rifornire, fra l'altro, anche le navi?

" ... Oltre all’accosto per ricevere le navi che scaricheranno il gas, il terminal di Porto Marghera sarà quindi dotato di un ulteriore accosto per bettoline di taglia indicativa attorno a 1.000, che potranno poi rifornire le navi “dual fuel” che in futuro transiteranno nel porto di Venezia, ,,,,"

Si parla anche di una direttiva Europea, però, nelle istituzioni europee che devono sganciare la grana non è ancora stato deliberato alcunché (questo lo so anche se non viene riportato nell'articolo).

Il tutto sarebbe stato deciso dall'Autorità Portuale Veneziana, ancora Costa imperante, senza -ovviamente- che i veneziani ne fossero a conoscenza.

"... L’iniziativa delle due società veneziane oltre ad attuare una direttiva europea diventata legge nazionale, vuole soddisfare la crescente richiesta di questo combustibile a basso impatto ambientale e maggiore sicurezza, sul quale puntano le compagnie croceristiche (Costa, Aida, Msc) che puntano su navi di nuova generazione, alimentate a gas e anche dei primi “ferry dual fuel” (traghetti) e il Terminal passeggeri di Venezia (Vtp)...."

Guarda un po': sempre le compagnie crocieristiche di mezzo!

Non capisco perché le navi da crociera debbano approdare in Marittima o, se verrà approvato il porto off-shore, fuori in mare e non a Marghera dove, magari portando alle banchine  il terminal erogatore, i rifornimenti di combustibile sarebbero più facili e non si muoverebbero  bettoline per la laguna e magari in bacino di San Marco.
Leggendo l'articolo troverete anche i pericoli possibili, anche se viene dato tutto per sicuro.

Comunque, di tutto ciò, noi veneziani ne sanno poco, per non dire niente! 

lunedì 17 aprile 2017

"Canzoni da battello venezine" - Nuova pubblicazione in formato digitale - Album di spartiti in pdf di 15 brani - Edizione acura del CoroMarmolada

È in linea, sul sito del coro (*) e sul mio personale (**) la nuova pubblicazione digitale, in formato pdf, dedicata ai "Canti da battello veneziani", una raccolta di quindici brani trascritti dagli spartiti  originali della prima metà del '700, edita a cura dell'Associazione Coro Marmolada di Venezia.

Nella prima metà del 18° secolo la città di Venezia, come ricorda anche il Goldoni, risultava essere percorsa diffusamente da "eventi" canori, soprattutto di notte, "...nelle piazze, per le strade, nei canali...". Non solo durante i carnevali, ma anche e soprattutto nella bella stagione, barche (gondole e altre), con musicisti e cantanti, erano i protagonisti dei cosiddetti "freschi". Da queste "feste" musicali nasce la tradizione di scrivere musiche definite "canzoni da battello".

Oltre agli spartiti sono state prodotte le musiche digitali in mp3.

Per saperne di più andate ai sottonotati links:

(*) http://www.coromarmolada.it/CanzBatt/CanzBatt0.htm
(**) http://www.piovesan.net/CanzBatt/CanzBatt0.htm
                                                                                                        Sergio Piovesan

domenica 13 novembre 2016

"I cosacchi in Carnia e la battaglia di Pani di Raveo (1944 - 1945)"

I cosacchi in Carnia e la battaglia di Pani di Raveo 
(1944 - 1945) 

Il 18 novembre del 1944 in Carnia, già occupata dai cosacchi, vi fu una battaglia che vide contrapposti agli occupanti i partigiani del Battaglione Friuli della Divisione Garibaldi.
Si tratta della battaglia di Pani di Raveo.
Di questa battaglia, ma anche della occupazione dei cosacchi e della situazione di allora in Carnia, ho appuntato alcune note disponibili a questo link

martedì 1 novembre 2016

Joska, la balalaika e l'acqua alta



Joska, la balalaika e l'acqua alta
Sergio Piovesan

Eravamo euforici salendo in pullman quella sera, o meglio, quella mattina, perché erano già le due.  Eravamo euforici e ne avevamo il motivo; e non era a causa delle libagioni con il "durello". Ritornavamo a Venezia dopo aver partecipato ad una rassegna corale con I Crodaioli di Bepi De Marzi in casa loro, nella "tana del lupo", al Teatro Mattarello di Arzignano.
Eravamo euforici anche se il tempo atmosferico era di quelli che si suole chiamare "tempo da lupi".
Avevamo eseguito i canti in programma con suprema attenzione alla direzione di Lucio e, soprattutto, con tanto sentimento, con ispirazione ed anche il maestro era particolarmente ispirato; questo forse perché avevamo davanti un personaggio che era esploso proprio in quegli anni nel mondo della musica corale per i suoi nuovi canti, e noi del "Marmolada" avevamo messo in programma proprio quei canti.
Di norma, quando riceviamo gli applausi riusciamo a percepire se si tratta di applausi di convenienza o se il brano che abbiamo eseguito è arrivato al cuore dei presenti. 
Eravamo euforici perché quella sera avevamo "scosso" anche i coristi di Bepi che riscoprirono i canti del loro maestro nelle interpretazioni di Lucio e del suo Coro Marmolada.
Forse quella sera l'impegno di noi tutti, Lucio in primis, fu al massimo, ma quando fu la volta di "Joska la rossa", uno dei canti più belli di Bepi ed il cui testo è di Carlo Geminiani, ci fu qualcosa di magico: i "forte" ed i "piano" del canto eseguiti con maestria, i tempi, forse non quelli da spartito, ma della testa di Lucio, così come lui li sentiva avevano imposto al canto un particolare significato; mancava il finale, quello che, come nelle altre strofe , fa: "Joska, Joska, Joska ....". E fu proprio nel finale che Lucio, furbescamente e intelligentemente, aveva inserito una variazione, un accompagnamento "strumentale" o, più precisamente, l'imitazione vocale del suono della balalaika, popolare strumento della musica russa. L'esecutore era Franco Cocito, tenore primo e solista, con una voce limpida e sottile che pareva proprio il pizzicato delle corde della balalaika. Una variazione che piacque molto all'autore, che, anche dopo anni, lo ricorda quando parla o scrive del Coro Marmolada e di Lucio Finco; l'ultima volta fu al concerto del sessantesimo al Malibran quando, fra l'altro, ricordò appunto "... e Franco Cocito che suonava la balalaika"!
Diciamo pure che fu un successo e per questo eravamo euforici anche durante il viaggio di ritorno. Pioveva a dirotto, faceva caldo, quel caldo umido classico dello scirocco; ed il vento era forte.
Dopo un'ora circa di viaggio arrivammo a Piazzale Roma e lì tutta l'allegria passò di colpo. Mi dimenticavo: la data era, ormai, il 4 novembre del 1966, le tre del mattino; avvicinandosi ai pontili notammo subito l'insolita pendenza delle passerelle. Mai vista un'acqua così alta! L'unico mezzo che funzionava  era il vaporetto della linea 1 che percorreva il Canal Grande; alcuni si avviarono a piedi ed altri in vaporetto; i primi si trovarono subito nell'acqua, mentre gli altri come scendevano al pontile più vicino alla loro abitazione non sapevano cosa fare: erano isolati. Alla fine tutti andarono a mollo ed anch'io e gli altri due, che abitavamo al Lido, un pezzettino, in Piazzale S.M. Elisabetta, lo dovemmo fare con i tacchi delle scarpe in acqua.
Ma eravamo ugualmente euforici!

domenica 5 giugno 2016

Vi racconto un canto: "Oh butait chei fiêrs in aghe!" (dal n.68 di "Marmoléda", il periodico trimestrale del Coro Marmolada di Venezia)



Vi racconto un canto:
"Oh butait chei fiêrs in aghe!"
di Sergio Piovesan
Scartabellando fra i miei archivi digitali, in gran parte formati da immagini e scansioni di spartiti di canto corale ed in particolare della tradizione popolare, ho trovato un canto friulano il cui primo verso, che dà anche il titolo al canto stesso, è "Oh butait chei fiers in aghe, ...". Il brano fa parte di una pubblicazione degli anni '30 dello scorso secolo, edita dal Comune di Udine con la consulenza della Società Filologica Friulana ([1]): ogni canto di questa pubblicazione oltre alla partitura musicale, armonizzata a tre voci, in genere maschili, riporta anche il testo in friulano con la relativa traduzione.
Il primo verso, viene tradotto così: "Oh gettate in acqua quei ferri, ..." e, tra parentesi, riporta (... quelle armi,).
In considerazione dell'autorità sulla lingua friulana della "Filologica" ho pensato, date la traduzione e l'interpretazione, di trovarmi di fronte ad un canto contro la guerra, del tipo "Prendi il fucile e gettalo per terra".
Il secondo verso recita "... oh fermait chel bastimènt!" che, tradotto, è "... oh fermate quel bastimento!".
Già sul secondo verso ho avuto i primi dubbi in quanto era difficile che i friulani, soprattutto gli abitanti delle montagne carniche, venissero arruolati in marina; ho pensato anche che il canto fosse più antico di molto rispetto alla Grande Guerra, che, cioè, risalisse ai tempi della Serenissima che  imbarcava rematori provenienti da tutti i territori che facevano parte della Repubblica e, quindi, anche dal Friuli. Proseguendo nella lettura i miei dubbi sono aumentati. Infatti il canto prosegue quasi con un pianto dell'innamorata che vede partire il suo  "zovin"  (giovane) "...c'al si 'n va tant malcontènt." ("...che se ne va tanto malcontento!"). Il contesto iniziale potrebbe anche essere quello della partenza per una guerra, ma i versi successivi non supportano questa teoria.
Mi sono avvalso del Vocabolario Friulano-Italiano del Pirona ed ho cercato il termine "fier" (cioè ferro) ed ho trovato che, nella traduzione in italiano, non contempla il sinonimo "armi". Poi, leggendo vari modi di dire legati a questo lemma, ho trovato  "Méti fiers in aghe" letteralmente "mettere i ferri in acqua" il cui significato è "predisporre" e quindi "preparare", "organizzare", "disporre" ed altri termini con significati simili.
Il primo verso può, quindi, assumere questo significato: "Preparatevi..."; a far cosa?  "a fermare quel bastimento!" . Ed allora si comprende che anche questo è un canto legato alle migrazioni che, dall'unità d'Italia al secondo dopoguerra,  sono state un fenomeno di vasta portata  in Friuli.
Questa tesi viene poi confermata da uno studio di Piera Rizzolatti dell'Università di Udine dal titolo "Spunti per la storia dell'emigrazione nella letteratura in friulano" dove la prima strofa del canto in questione diventa l'ultima di un altro canto, legato al fenomeno migratorio, il cui testo riportiamo in nota ([2])  nella quale leggiamo anche una breve introduzione del canto.


Il testo completo e la traduzione (vedi foto accanto) sono stati trascritti, così come sono, dalla pubblicazione di cui sopra. Nello stesso si può notare la parola "mont" tradotta in "mondo"; in friulano "mont" è "monte" e non "mondo" lemma che, invece, è "mond". 



Si riporta, di seguito. le immagini dello spartito che può essere scaricato in formato .pdf cliccando qui.






[1] Società Filologica Friulana - vedi      http://www.filologicafriulana.it/easyne2/LYT.aspx?CODE=SFFW&IDLYT=1377&ST=SQL&SQL=ID_Documento=1

[2] Ma anche lo strazio dei trasferimenti oltre oceano non è eluso nelle villotte con il rimpianto di chi, analfabeta, è costretto a ricorrere ad intermediari:
Jò no sai nè lei nè scrivi,
Ma hai çharte (pene) e calamâr;
Uèi fâ fâ une letarine
E mandalâle vie par mar.
Saludàilu, saludàilu,
Dît che lu saludi jò;
Dît ch’al stêdi alegramenti
E ch’al fasi miei ch’al po’.
Oh butait chei fiêrs in aghe!
Oh fermait chèl bastiment!
A l’è dentri il miò çhar zovin…
Lui s’in và tant malcontent!…

tradotto recita così:

"Io non so né leggere né scrivere,
ma ho carta, penna e calamaio;
voglio far fare una letterina
e mandarla via per ilmare.
Salutatelo, salutatelo,
dite che lo saluto io;
ditegli che stia bene
e che faccia meglio che può.
Oh preparatevi!
Oh fermate quel bastimento!
Vi è dentro il mio caro giovane ...
Lui se ne va tanto malvolentieri.