giovedì 6 settembre 2018

Canti popolari (e non) veneziani a confronto con i tempi attuali


Canti popolari (e non) veneziani a confronto con i tempi attuali

A volte, cantando o leggendo il testo di canti veneziani del passato, mi soffermo sul significato dei versi paragonando il modo di vista, la situazione ed i pensieri esposti con l’attualità. Il risultato di questa mia attenzione scaturisce quindi nella constatazione di quanto diversi siano i tempi, il modo di vivere e di pensare e le abitudini di coloro che ci hanno preceduto nella nostra meravigliosa città.
L’input di questa mia ricerca è stato l’affondamento (“naufragio” intitolava Il Gazzettino del 31 maggio 2004) di due imbarcazioni subito dopo l’arrivo della 30a Vogalonga; nello specifico, si trattava di due “dragon boats” che, per portarsi al “Tronchetto”, sono passati per il Canale della Giudecca dove, nonostante la manifestazione avesse avuto come scopo la battaglia al moto ondoso, hanno trovato una “… laguna forza cinque …” (Il Gazzettino); come avrebbe fatto allora la “biondina in gondoleta” a addormentarsi sul braccio dello spasimante in una situazione simile? (“La biondina in gondoleta / l’altra sera g’ho mena’; / dal piaser la povareta / la s’ha in boto indormensa’.”). (1)
Certamente oggi i due amanti, anche se sotto il felze, e quindi nascosti agli occhi indiscreti del gondoliere, avrebbero poco tempo per badare a cose più piacevoli; intanto sarebbero molto più sicuri con un giubbotto salvagente ben agganciato, la qual cosa non favorirebbe il “petting”, e poi, anche se languidamente seduti, dovrebbero pur sempre stare attenti alla “burrasca” creata dai vari motoscafi, battelli, mototopi e navi di diverse dimensioni.
Restando sempre nello stesso ambito, è possibile oggi peregrinare da un punto all’altro della laguna “co’ un batelin da sciopo” come si sente in “E mi me ne so ‘ndao”? Era quella di allora una Venezia da rimpiangere? Certamente si, ma, direi, solo per il moto ondoso.
Prendiamo in esame ora “E tiorte i remi e voga” un canto di pescatori raccolto a Chioggia. Il testo è il seguente: “E tiorte i remi e voga / che femo sta calà. / Se no se ciapa gnente / no tornaremo a ca’. / A ca’ senza mangiare / no no se pol tornare. / Ciaperemo un’anguela / la spartiremo in tre.”  (2) A parte la solidarietà fra lavoratori e la condivisione del poco, sentimenti che c’erano sia allora sia oggi, soprattutto fra chi aveva ed ha di meno, il problema che si evidenzia è quello delle “anguele”(3) . Esistono ancora le “anguele” in laguna? Una volta, quando ti affacciavi da una riva, soprattutto nei pressi di paline o briccole, ma anche presso i pontili dei vaporetti, si potevano vedere i banchi di questi piccoli pesci che sembravano fermi e, invece, erano in continuo movimento controcorrente. E c’era chi li pescava sia con una rete particolare, chiamata bilancino, ma anche con l’amo nel quale veniva infilata un’esca, in genere un verme; un altro metodo era la pesca cosiddetta “all’ingosso” (4) che divertiva soprattutto i ragazzini. Da qualche anno le “anguele” in laguna non si vedono più e non perché siano state pescate tutte! Forse hanno preferito emigrare verso acque più pulite, senza diossina o metalli pesanti. (Grazie Porto Marghera!!!).
Dopo questi primi confronti con alcuni canti del passato ci rendiamo conto che uno dei problemi principali, per quanto riguarda la nostra città e la sua laguna, è quello ambientale vuoi per il moto ondoso ma anche per l’inquinamento. Sono anni che politici e tecnici ne discutano: ognuno dice la sua, passano gli anni ed i problemi non vengono risolti. Si può ben affermare che la cultura veneziana risente di quella bizantina, soprattutto per quanto riguarda la politica. Non si trovano le soluzioni ed allora tutto si rimanda. E’ proprio il caso di parlare di “bizantinismo”! E a questo punto affermerei che, per restare in argomento, ci sta proprio bene il canto “Povero barba Checo” (5) che rispecchia fatti avvenuti realmente nel corso della millenaria storia della Repubblica di San Marco: per non turbare lo spirito gioioso della festa della Sensa, nel primo caso, o del carnevale, nel secondo, furono tenuti all’oscuro i decessi dei dogi Pietro Loredan (1570)  e  Francesco Loredan, nel 1762.
Pur sembrando un sotterfugio bisogna ricordare che le feste a Venezia servivano anche per mostrare ai rappresentanti delle altre potenze la gloria e la potenza della Serenissima; era quasi una “ragion di stato”.
Concludo questo breve “confronto” ricordando un canto che, pur in un contesto diverso, si deve  considerare “attuale”. Non ci si può nascondere dietro un dito dicendo che, oggi, i nostri soldati vanno all’estero in missione di pace; sono, comunque, in zona di guerra, con tutti i pericoli e le incognite derivanti da questa situazione. “Adio, bela Venezia, adio laguna” (6) è una villotta veneziana derivante, molto presumibilmente, da un antico canto di crociata;  . “Vado a battermi contro i mussulmani”  è la traduzione del terzo verso della prima strofa che si completa con quello seguente “… vago a farghe paura a le sultane.” . Si può inserire anche nella categoria dei canti di partenza nei quali la speranza del ritorno è il sentimento che traspare dal canto, ma non sempre, ed accade anche oggi, il ritorno a casa si avvera.

Note

1)            “La biondina in gondoleta”, versi di Antonio Maria Lamberti, musica di Johann Simon Mayr. – Canzone da battello di fine XVIII secolo (1788), quindi quasi al termine della Serenissima, dedicata alla nobildonna Marina Querini Benzon.
2)           Traduzione: “Prendi i remi e voga / che caliamo le reti. // E se non si prende niente / non torneremo a casa. // A casa senza cibo / no, non si può  tornare. // Prenderemo un pesciolino / lo divideremo in tre.”           
3)           Acquadella o latterino, piccolo pesce della laguna. 
4)           Si doveva infilare il verme all’amo lasciandolo pendere nella sua lunghezza; il pesciolino, essendo molto vorace, inghiottiva una buona parte del verme restando in questo modo ingozzato. Si doveva essere posti molto vicini al pelo d’acqua perché, nel tirare su la lenza e se la traiettoria era molto lunga, il pesciolino poteva staccarsi.
5)           “Povero barba Checo / che l’è casuo  in canale, / sensa saver nuare / el s’ha negao. // Me l’ho recuperao, / me l’ho messo qua drento / per darghe spassio e tempo / al carnevale.”
6)           “Adio, bela Venezia, adio laguna / adio care putele veneziane, / mi vago a misurarme co la luna, / vago a farghe paura a le sultane. // Ma tornarò onorato e in gran fortuna / a sti porti, a ste rive, a ste cavane / e a dirve ancora tornarò: «Putele, / ve voi più ben, se’ deventae più bele! ».” 

Bibliografia
-          “I canti del mare” di A. Virgilio Savona e Michele L. Straniero – Edizioni Mursia 1980
-          “Sentime bona zente” di Luisa Ronchino – Filippi Editore Venezia 1990
-          “Canti della Laguna Veneta”  di Loris Tiozzo – Veneta Editrice 1988


domenica 2 settembre 2018

Musica e canto sacri e liturgici: quale futuro?


Musica e canto sacri e liturgici: quale futuro?

Quando era ragazzo, un po' di tempo fa, assistere ad una Messa solenne, o cantata,  era, dal punto di vista musicale, anche una cosa piacevole. Si ascoltava un po' di gregoriano, ma non solo; molto spesso, in particolare al "Gloria" e al "Credo", il celebrante iniziava con un incipit in gregoriano e la "schola cantorum" continuava con composizioni d'autore, in genere del periodo rinascimentale. I fedeli si sedevano ed ascoltavano. Le "scholae cantorum" si trovavano in più parrocchie e, quindi, non si trattava di eventi eccezionali che avvenivano solo nella Basilica di San Marco, dove operava, ed opera anche oggi,  la Cappella Marciana.

Poi è intervenuto un certo lassismo, forse ritenendo che eseguire musiche attuali, in italiano e non in latino, fosse un modo per essere più vicini ai fedeli, soprattutto ai giovani; non fu così. 
Qualche musicista cercò di adeguarsi a questo nuovo "stile" e oggi si vedono i risultati: le messe solenni nelle diverse parrocchie sono pochissime e, invece, durante le liturgie nelle quali dovrebbe cantare  il popolo, o assemblea, si sente una partecipazione minima e, nella maggior parte dei casi, i brani sono musicalmente penosi, caratteristica che coinvolge molto spesso anche i testi. Quello che si ascolta oggi si avvicina più alla musica pop e, come scrive un direttore di coro e insegnante[1] "... ritmi sincopati e testi storpiati dalla Bibbia non sono utili per favorire l'inserimento dei giovani; questo retaggio anni '60 e '70 viaggia pari passo con la banalizzazione della nostra società."
In un'intervista[2]  Bepi De Marzi su questo argomento dice: "... Per la musica sacra, e spero che se ne parli presto a più voci in queste pagine, non c’è niente da fare: siamo da tempo nel degrado. Le messe sono ovunque un’avventura locale e i canti prediligono i versi tronchi in “ai, ei, oi, ui”. Le musiche? Impera la “non melodia”. Hanno inventato la cantillazione, un recitativo con effetti esilaranti."

Analoga vicenda si ebbe poco più di un secolo fa; allora la musica sacra ricalcava, invece, lo stile operistico, genere che nel XIX secolo ebbe il massimo fulgore; però non era musica sacra.  Nacque così un movimento musicale che si propose di riformare la musica sacra riportandola ad una maggiore sobrietà e ricercando una maggiore partecipazione dell'assemblea, ma anche di far nascere le "scholae cantorum" nelle diverse parrocchie dedite all'animazione liturgica e all'apprendimento dell'arte musicale.
Questo movimento si diffuse soprattutto in Italia, in Francia ed in Germania e prese il nome di "Movimento Ceciliano", in onore di santa Cecilia patrona della musica e dei musicisti. Si può affermare che Venezia fu la città nella quale il movimento ebbe i principali esponenti fra cui Giovanni Tebaldini, maestro della Cappella Marciana ed uno dei primi "cecilianisti", il suo successore, Don Lorenzo Perosi ed il vescovo di Mantova Giuseppe Sarto, poi Patriarca di Venezia e Papa Pio X. Il nome di Pio X è legato anche alla riforma del canto gregoriano. Con il Motu proprio Inter Sollicitudines (22 novembre 1903), il pontefice impose il canto gregoriano nella liturgia e fornì precise istruzioni circa l'uso della musica nelle cerimonie religiose.
Lorenzo Perosi è ritenuto guida ed esponente principale del Movimento Ceciliano e altro esponente fu Oreste Ravanello (Venezia, 25 agosto 1871 – Padova, 2 luglio 1938), organista e compositore veneziano che a soli diciassette anni divenne organista della Cappella Marciana e sei anni dopo primo organista della Basilica.

Il Concilio Vaticano II[3] definisce cosa si dovrebbe intendere per musica sacra: "Sotto la denominazione di Musica sacra si comprende, in questo documento: il canto gregoriano, la polifonia sacra antica e moderna nei suoi diversi generi, la musica sacra per organo e altri strumenti legittimamente ammessi nella Liturgia, e il canto popolare sacro, cioè liturgico e religioso".

"Chi prega cantando è come se pregasse due volte" afferma qualcuno; ma mi domando: se si canta un testo ed una musica banali sarà proprio vera questa affermazione?
Ed allora mi auguro la nascita di un novello "Movimento Ceciliano"!



[1]) Andrea Angelini  su "il Ponte" del 13 aprile 2014
[2])  http://www.maurozuccante.com/wordpress/bepi-de-marzi-intervista.html  (da Choraliter, n. 37, Gennaio-Aprile, Ed. Feniarco, 2012)
[3] ) ISTRUZIONE DEL «CONSILIUM» E DELLA SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI
MUSICAM SACRAM 5 marzo 1967 

giovedì 30 agosto 2018

"Diamo a Cesare quel che è di Cesare"


"Diamo a Cesare quel che è di Cesare"

Nel nostro repertorio (del Coro Marmolada di Venezia) esiste un canto armeno del XIX secolo dal titolo "Alakiaz partzer sara a", canto del quale ho già trattato sul n.19 di "Marmoléda" del marzo 2004, articolo al quale rimando con i  links in nota ([1]).
L'autore è Grikor Mirzaian Suni (1876-1939) ([2]), musicista armeno che -a quanto riporta la sua biografia-  ha scritto, fra l'altro, belle canzoni d'amore, nelle quali ha voluto inserire la natura  delle sue amate montagne di Karabagh ([3]) con le loro nebbie, le acque, le valli ed i fiori.  
Il Coro Marmolada lo canta dal 1955 e, nel 1986 -per le particolarità della comunità armena veneziana, come descritto nell'articolo di cui alla nota 1- ritenendolo anche un po' "veneziano",   in occasione di una richiesta dell'A.S.A.C. (Associazione per lo Sviluppo delle Attività Corali) volta a valorizzare canti del proprio territorio da proporre anche a nuove armonizzazioni, ha segnalato -fornendo copia dello spartito originale (vedi fig.1) in lingua armena con la trascrizione del testo nei caratteri latini e con la relativa traduzione-, fra gli altri, anche "Alakiaz partzer sara a". Successivamente il canto è stato armonizzato da alcuni musicisti, sia per cori a voci maschili che per cori misti.
Recentemente ho trovato lo spartito di un'armonizzazione, effettuata da parte di un direttore di coro veneto, che riporta, in testa alla partitura, il suo solo nominativo in qualità di armonizzatore senza indicare il nome dell'autore che, anche se deceduto nel 1939, e per questo i diritti ai suoi eredi non sono più  tutelati, tuttavia sarebbe giusto, anche per la storia del canto, far conoscere il nome dell'autore e non solo quello dell'armonizzatore.
Quindi reputo corretto, invece, riportare,  sotto il titolo, " di  Grikor Mirzaian Suni (1876-1939) -Elaborazione, armonizzazione (o altro) di ........... ".
Ma non è l'unico esempio! Infatti, per caso, ho trovato che lo stesso propone un canto veneziano, "Voga, voga cocola", come popolare, mentre risulta (notizie che si trovano anche su internet), che, sia testo che musica, abbiano un autore: "Musica  di Arturo Casadei, Testo di Giamborlé".
Ma gli esempi citati non sono, purtroppo, gli unici.
Questo succede non solo per canti poco conosciuti, ma anche, ad esempio, per "Stelutis alpinis"!!!
Per non parlare di strofe apocrife! E non vado oltre e cito, proprio su questo canto, altri due miei articoli di cui ai links in nota ([4]) .

Un'altra "perla": un maestro di coro alla fine di un suo spartito, nel quale si firma come armonizzatore, scrive: "Informatori: coristi del coro Xxxx di Yyyy; data 1995 ...".  La sorpresa viene nel leggere il testo e la linea melodica: si tratta della canzone "Amara terra mia" cantata da Domenico Modugno nel 1972, tratta da un motivo popolare abruzzese del XIX secolo, riadattata nel testo italiano da Enrica Bonaccorti e in parte nella musica dal famoso cantante.
Questo canto fu poi elaborato per coro a quattro voci virili da Lamberto Pietropoli([5]), senz'altro prima del 1995, in quanto lo stesso è deceduto nel 1994.

Molto spesso i canti dei nostri repertori hanno anche gli autori dei testi che differiscono dal musicista e che, invece, vengono tralasciati. Anche questo non va bene: il canto è un assieme di poesia e di musica! Quindi ... onore anche al poeta!

Ultimo esempio di ... "poca serietà"  è quello in cui un musicista, direttore di coro, prende un canto già armonizzato, magari dall'autore stesso, vi cambia due o tre note e poi sui programmi di sala troviamo ... "di Aaaaa Bbbbbb - arm. di Xxxx Yyyy".  Questo è successo per "Signore delle cime" e non vi dico il nome dell'armonizzatore, anche perché è deceduto da parecchio ed il coro non esiste più.

Vorrei concludere questo mio articolo -forse un po' polemico- prendendo in considerazione anche i trascrittori, cioè quei musicisti che, soprattutto negli anni passati, magari senza alcun supporto tecnologico, percorrevano le diverse contrade, sia in pianura che in montagna, e, quando sentivano qualcuno che cantava, tiravano fuori il foglio di musica e vi provvedevano a trascrivere il testo e la melodia. Ed è merito proprio di questi encomiabili personaggi se oggi possiamo godere delle musiche popolari del passato che, come sappiamo, venivano trasmesse solo oralmente di generazione in generazione; se non ci fossero stati loro, oggi, sarebbe rimasto ben poco e, quindi, troverei giusto che sulle diverse partiture fosse indicato anche il nome del trascrittore.
         


[2] Grikor Mirzaian Suni, compositore, direttore d'orchestra, etnomusicologo, e insegnante, è stato dapprima immerso nella propria tradizione popolare armena e, più tardi, nella musica classica europea. E stato prima di tutto un compositore di musica corale, e creatore di decine di assoli vocali e orchestrali, nonché di musica operistica e strumentale. Alcuni di questi sono di ispirazione popolare, che Suni ha reso polifonicamente in quattro parti. Suni ha dato l'armonia alla melodia in un modo che "suona armeno".