Ho letto, in questi giorni, “Il cinico non è adatto a questo mestiere”, una raccolta di conversazioni “sul buon giornalismo” dello scrittore e giornalista polacco Ryszard Kapuściński, deceduto di recente.
La conversazione, dalla quale ho estrapolato il pezzo sotto notato, è relativa all’incontro avvenuto a Capodarco di Fermo (AP) il 27 novembre 1999, nell’ambito del VI Convegno “Redattore di classe” intitolato “Di razza e di classe. Il giornalismo tra voglia d’élite, coinvolgimento, indifferenza”.
Già in questo blog ho scritto in relazione all’informazione in generale, ma l’argomento in questione, la libertà e l’indipendenza dei giornalisti, molto interessante, era attuale allora e lo è anche adesso.
Vi lascio, quindi, senza altri commenti, alla lettura, ed alla meditazione, di ciò che pensava chi è stato ben più qualificato a trattare.
Domanda dal pubblico: Si è detto di un giornalismo che fa attenzione soprattutto ai deboli, di una professione pericolosa, che consuma. Vorrei sapere, nella sua esperienza prima di tutto di uomo e poi di giornalista, qual è stato il suo rapporto con il potere, in particolare con i regimi dell'Est europeo, e quale dovrebbe essere oggi il rapporto del giornalista con il potere.
Ryszard Kapuściński: È una domanda veramente complessa. Io ho una lunga storia giornalistica da raccontare e occorrerebbe scrivere un libro per rispondere compiutamente. Non c'è una sola regola. L'ideale è quello di essere il più indipendenti possibile, ma la vita è lontana dall' essere un ideale. Un giornalista è sottoposto a molte e diverse pressioni perché scriva ciò che il suo padrone vuole che egli scriva. La nostra professione è una lotta costante tra il nostro sogno, la nostra volontà di essere del tutto indipendenti e le situazioni reali in cui ci troviamo, che ci costringono ad essere invece dipendenti da interessi, punti di vista, aspettative dei nostri editori. .
Ci sono paesi in cui esiste la censura, e allora bisogna lottare per evitarla e per scrivere quanto più possibile ciò che si intende scrivere, nonostante tutto. Ci sono paesi in cui c'è libertà di espressione, in cui non esiste una censura ufficiale, ma la libertà del giornalista è limitata dagli interessi della testata per la quale lavora. In molti casi il giornalista, specialmente se è giovane, deve sottostare a molti compromessi e usare varie tattiche per evitare il confronto diretto, e cosi via. Ma non sempre è possibile, ed è questo il motivo per cui si verificano così tanti casi di persecuzione. Sono tecniche di persecuzione indubbiamente diverse da quelle violente di cui parlavo in precedenza: assumono la forma del licenziamento, dell' emarginazione di fatto dalla vita lavorativa, della minaccia di natura economica. In generale si tratta di una professione che richiede una continua lotta e un costante stato di allerta. Per rispondere concretamente alla sua domanda, bisognerebbe analizzare caso per caso, ma è comunque difficile dire se in un determinato paese la situazione sia migliore o peggiore che in un altro. Le cose fluttuano, cambiano in pochi anni. In generale, la conquista di ogni pezzetto della nostra indipendenza richiede una battaglia.
Ognuno di noi, dopo un certo numero di anni di lavoro e di viaggi, ha nel suo curriculum almeno un caso personale di persecuzione, di espulsione da qualche paese, di fermo, di tensione con la polizia o le autorità, che magari rifiutano di concedere il visto, che usano centinaia di espedienti per renderci difficile la vita.
________
Questi i link ai miei post precedenti sul giornalismo:
http://sp1938.blogspot.com/2007/04/il-giornalismo-secondo-kapuciski.html
http://sp1938.blogspot.com/2007/02/ancora-vera-informazione-quella-che-si.html
http://sp1938.blogspot.com/2006/06/notizia-veramente-importante-su-il.html
http://sp1938.blogspot.com/2006/06/notizie-in-risalto-arresto-di.html
http://sp1938.blogspot.com/2006/06/com-caduta-in-basso-linformazione.html
Di tutto un po'. In questo "blog" troverete "sfoghi" e pensieri, lettere inviate ai giornali e, forse, non pubblicate. Parlerò di Venezia, la mia Città, di quanto c'è di buono e di meno buono in essa, ma non mancheranno neppure argomenti di politica e di quello che capita nel mondo. Insomma ... un po' di tutto!!!
mercoledì 16 maggio 2007
martedì 15 maggio 2007
Blogger = giornalisti?
Un nuovo provvedimento legislativo USA, che sta per essere approvato in questi giorni, una legge a tutela delle fonti d’informazione, farà sì che non solo i giornalisti abbiano il diritto alla riservatezza delle fonti d’informazione, ma anche i blogger.
In un certo senso paragona i giornalisti ai blogger perché …editori di se stessi, che scrivono sulla “rete”.
La “Free Flow of Information Act 2007”, questo è il nome del documento legislativo, si spinge a definire cosa si dovrà intendere per “giornalismo”, che comprenderà, quindi, qualsiasi informazione diffusa con ogni mezzo.
Questo accade negli USA, ma, si sa, essendo la rete qualcosa d’universale, questa teoria sarà allargata a tutto il mondo dei blogger, compresi quelli italiani. Magari una legge simile non verrà mai attuata da noi, però, quanto successo oltre oceano autorizzerà, purtroppo, tutti i blogger nostrani a ritenersi dei “giornalisti”.
Ma vediamo un po’ chi sono i blogger italiani, perché è questo che m’interessa ed anche perché anch’io faccio parte di questo mondo.
Preciso subito che non mi ritengo un giornalista.
Detto questo, mi sento di affermare che per far parte di questa categoria bisognerebbe, innanzi tutto, non commettere errori d’ortografia né di grammatica; per carità, con queste caratteristiche anche molti giornalisti dovrebbero chiudere. Il mondo dei blogger, però, eccelle in questa categoria. Per non parlare di coloro che si cimentano in “pezzi” di notevole lunghezza usando il linguaggio dei telefonini (come odio i “xké” ed i “6”!).
Tolti tutti questi e, ripeto, sono la stragrande maggioranza, restano: i tecnici (a volte utili), vari tipi di maniaci (è meglio lasciarli stare), estensori di diari (ognuno ha il suo debole), coloro che credono di proporre la “Verità” (ci sono sempre stati anche quando non esisteva la rete) , coloro ai quali piace scrivere (ognuno ha i suoi gusti) e, infine, i perennemente “incazzati” (sono molti) contro tutto e contro tutti, di destra, di sinistra e di centro.
Giornalisti ne vedo ben pochi!
In quale categoria mi piazzo? Non lo so, fate voi!
Al prossimo “pezzo giornalistico”!
In un certo senso paragona i giornalisti ai blogger perché …editori di se stessi, che scrivono sulla “rete”.
La “Free Flow of Information Act 2007”, questo è il nome del documento legislativo, si spinge a definire cosa si dovrà intendere per “giornalismo”, che comprenderà, quindi, qualsiasi informazione diffusa con ogni mezzo.
Questo accade negli USA, ma, si sa, essendo la rete qualcosa d’universale, questa teoria sarà allargata a tutto il mondo dei blogger, compresi quelli italiani. Magari una legge simile non verrà mai attuata da noi, però, quanto successo oltre oceano autorizzerà, purtroppo, tutti i blogger nostrani a ritenersi dei “giornalisti”.
Ma vediamo un po’ chi sono i blogger italiani, perché è questo che m’interessa ed anche perché anch’io faccio parte di questo mondo.
Preciso subito che non mi ritengo un giornalista.
Detto questo, mi sento di affermare che per far parte di questa categoria bisognerebbe, innanzi tutto, non commettere errori d’ortografia né di grammatica; per carità, con queste caratteristiche anche molti giornalisti dovrebbero chiudere. Il mondo dei blogger, però, eccelle in questa categoria. Per non parlare di coloro che si cimentano in “pezzi” di notevole lunghezza usando il linguaggio dei telefonini (come odio i “xké” ed i “6”!).
Tolti tutti questi e, ripeto, sono la stragrande maggioranza, restano: i tecnici (a volte utili), vari tipi di maniaci (è meglio lasciarli stare), estensori di diari (ognuno ha il suo debole), coloro che credono di proporre la “Verità” (ci sono sempre stati anche quando non esisteva la rete) , coloro ai quali piace scrivere (ognuno ha i suoi gusti) e, infine, i perennemente “incazzati” (sono molti) contro tutto e contro tutti, di destra, di sinistra e di centro.
Giornalisti ne vedo ben pochi!
In quale categoria mi piazzo? Non lo so, fate voi!
Al prossimo “pezzo giornalistico”!
mercoledì 9 maggio 2007
Un modo intelligente di visitare Venezia.
Questa mattina, uscendo di casa, ho trovato, nello spazio antistante il portone, un gruppo di persone, straniere e per lo più donne di una certa età, con fogli di carta, matite e seggiolino in tela (vedi foto).

Sono rimasto piacevolmente sorpreso in quanto, spesso, si trovano persone che disegnano o dipingono scorci di Venezia, ma non così numerose.
Fermarsi per ore in un determinato posto e ritrarlo, non con la veloce macchina digitale, ma con tratto grafico e con certosina pazienza, cogliendone i particolari, è senz’altro uno dei modi più belli, diciamo pure più intelligenti, di visitare Venezia. Mi è piaciuto anche il fatto che tutto questo avveniva in compagnia.

Sono rimasto piacevolmente sorpreso in quanto, spesso, si trovano persone che disegnano o dipingono scorci di Venezia, ma non così numerose.
Fermarsi per ore in un determinato posto e ritrarlo, non con la veloce macchina digitale, ma con tratto grafico e con certosina pazienza, cogliendone i particolari, è senz’altro uno dei modi più belli, diciamo pure più intelligenti, di visitare Venezia. Mi è piaciuto anche il fatto che tutto questo avveniva in compagnia.
Riuscirò a vedere il Ponte di Calatrava?
Ancora problemi per il Ponte di Calatrava, il quarto ponte sul Canal Grande! Progettato da anni, dall’architetto spagnolo Calatrava, questo manufatto dovrebbe congiungere il terminal automobilistico veneziano di Piazzale Roma con la ferrovia.
Voluto dalla precedente amministrazione comunale, quella guidata dal sindaco Costa, ha avuto una serie di “difficoltà”, di progettazione e di lavorazione, nonché di prospettive circa la sua posa in opera.
In un primo momento avrebbe dovuto venire assemblato in un unico pezzo e, in queste condizioni (circa 80 metri di lunghezza), avrebbe dovuto entrare in Canal Grande, navigando su chiatte, e passare sotto i tre ponti attualmente esistenti. Il passaggio più difficoltoso sarebbe stato quello sotto il ponte di Rialto perché, subito dopo, si trova una curva.
Scartata questa ipotesi, si è ricorsi alla suddivisione dell’arco del ponte in tre “conci” che, una volta assemblati in prova, avrebbero dovuto essere trasportati separatamente in loco, e lì montati nuovamente.
Intanto sono passati gli anni ed i costi continuano ad aumentare.
C’è chi dice che il ponte sarà bellissimo, chi lo considera già un’opera d’arte, chi lo vede inutile e chi, invece, utilissimo. Poi c’è chi protesta perché, quando sarà in uso, parte del traffico pedonale (comitive di turisti) prenderà un’altra strada, ed allora i lauti guadagni di alcune bancarelle che vendono paccottiglia “Made in China” finiranno.
Insomma, il ponte non è ancora su, e non si sa quando e se andrà su, che già, e da anni, a Venezia se ne parla, bene o male, con tutti i “bizantinismi” conseguenti, cosa quest’ultima, molto di moda nella mia città! Anzi, il “bizantinismo” è una qualità peculiare dei veneziani e, soprattutto, della politica veneziana; d’altra parte la nostra civiltà nasce e discende dall’Impero Romano d’Oriente o Bizantino.
Ultimamente sembrava in dirittura d’arrivo, quando è sorta un’altra questione: terranno le due basi, e le relative fondazioni, che già si vedono, ormai da tempo, sulle due rive, il peso della spinta che l’arco imprimerà loro? (Vedi articoli de Il Gazzettino e di Repubblica.it)
Si sa che Venezia è costruita, da sempre, sul fango: le isole che formano la città non sono altro che l’antico estuario del fiume Brenta e, quindi, alluvionali. Ma pure, nel corso dei secoli, chi ci ha preceduto ha costruito ponti, palazzi, chiese, il tutto anche di notevoli dimensioni, che si trovano ancora al loro posto dopo secoli. Evidentemente sapevano costruire, e costruire a Venezia. Come hanno fatto a tirar su tutte quelle costruzioni che oggi sono ammirate dal mondo intero? Evidentemente iniziavano dalla fondazioni che dovevano essere costruite; per sapere come, vi rimando ad un altro mio scritto circa la spiegazione di un antico canto di lavoro veneziano, “Il canto dei battipali” (clicca qui).
Pensate al Ponte di Rialto, tutto in pietra, quindi più pesante di quello di Calatrava, che sarà di vetro e cemento; chissà che spinta produce sulle fondazioni? Non sono un tecnico e, quindi, non posso esprimermi in termini numerici, però, penso sia enorme. Cosa hanno pensato oltre cinquecento anni fa! Semplicemente di costruire, sulle due rive ai piedi del ponte, dei palazzi, con le relative fondazioni, con la funzione di contenere la spinta.
Allora, mi chiedo, perché oggi non hanno pensato a qualcosa di simile? Ma non sono un tecnico e quindi vi lascio senza risposta. L’unica cosa che ora salta fuori è che è tutta colpa dei sistemi di gara d’appalto vigenti in Italia: cioè vince chi tiene il prezzo più basso, senza tenere in alcun conto come opererà l’azienda vincente.
Finale: riuscirò a vedere il Ponte di Calatrava?
_____
P.S. – Su questo argomento tratta anche il blog dell’amico Toni
______
AGGIORNAMENTO del pomeriggio del 9.5.2007
Il Gazzettino di oggi pubblica la notizia (clicca qui) dell'annuncio che il ponte andrà su a giugno-luglio! Però, non è indicato lanno!
Voluto dalla precedente amministrazione comunale, quella guidata dal sindaco Costa, ha avuto una serie di “difficoltà”, di progettazione e di lavorazione, nonché di prospettive circa la sua posa in opera.
In un primo momento avrebbe dovuto venire assemblato in un unico pezzo e, in queste condizioni (circa 80 metri di lunghezza), avrebbe dovuto entrare in Canal Grande, navigando su chiatte, e passare sotto i tre ponti attualmente esistenti. Il passaggio più difficoltoso sarebbe stato quello sotto il ponte di Rialto perché, subito dopo, si trova una curva.
Scartata questa ipotesi, si è ricorsi alla suddivisione dell’arco del ponte in tre “conci” che, una volta assemblati in prova, avrebbero dovuto essere trasportati separatamente in loco, e lì montati nuovamente.
Intanto sono passati gli anni ed i costi continuano ad aumentare.
C’è chi dice che il ponte sarà bellissimo, chi lo considera già un’opera d’arte, chi lo vede inutile e chi, invece, utilissimo. Poi c’è chi protesta perché, quando sarà in uso, parte del traffico pedonale (comitive di turisti) prenderà un’altra strada, ed allora i lauti guadagni di alcune bancarelle che vendono paccottiglia “Made in China” finiranno.
Insomma, il ponte non è ancora su, e non si sa quando e se andrà su, che già, e da anni, a Venezia se ne parla, bene o male, con tutti i “bizantinismi” conseguenti, cosa quest’ultima, molto di moda nella mia città! Anzi, il “bizantinismo” è una qualità peculiare dei veneziani e, soprattutto, della politica veneziana; d’altra parte la nostra civiltà nasce e discende dall’Impero Romano d’Oriente o Bizantino.
Ultimamente sembrava in dirittura d’arrivo, quando è sorta un’altra questione: terranno le due basi, e le relative fondazioni, che già si vedono, ormai da tempo, sulle due rive, il peso della spinta che l’arco imprimerà loro? (Vedi articoli de Il Gazzettino e di Repubblica.it)
Si sa che Venezia è costruita, da sempre, sul fango: le isole che formano la città non sono altro che l’antico estuario del fiume Brenta e, quindi, alluvionali. Ma pure, nel corso dei secoli, chi ci ha preceduto ha costruito ponti, palazzi, chiese, il tutto anche di notevoli dimensioni, che si trovano ancora al loro posto dopo secoli. Evidentemente sapevano costruire, e costruire a Venezia. Come hanno fatto a tirar su tutte quelle costruzioni che oggi sono ammirate dal mondo intero? Evidentemente iniziavano dalla fondazioni che dovevano essere costruite; per sapere come, vi rimando ad un altro mio scritto circa la spiegazione di un antico canto di lavoro veneziano, “Il canto dei battipali” (clicca qui).
Pensate al Ponte di Rialto, tutto in pietra, quindi più pesante di quello di Calatrava, che sarà di vetro e cemento; chissà che spinta produce sulle fondazioni? Non sono un tecnico e, quindi, non posso esprimermi in termini numerici, però, penso sia enorme. Cosa hanno pensato oltre cinquecento anni fa! Semplicemente di costruire, sulle due rive ai piedi del ponte, dei palazzi, con le relative fondazioni, con la funzione di contenere la spinta.
Allora, mi chiedo, perché oggi non hanno pensato a qualcosa di simile? Ma non sono un tecnico e quindi vi lascio senza risposta. L’unica cosa che ora salta fuori è che è tutta colpa dei sistemi di gara d’appalto vigenti in Italia: cioè vince chi tiene il prezzo più basso, senza tenere in alcun conto come opererà l’azienda vincente.
Finale: riuscirò a vedere il Ponte di Calatrava?
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P.S. – Su questo argomento tratta anche il blog dell’amico Toni
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AGGIORNAMENTO del pomeriggio del 9.5.2007
Il Gazzettino di oggi pubblica la notizia (clicca qui) dell'annuncio che il ponte andrà su a giugno-luglio! Però, non è indicato lanno!
venerdì 4 maggio 2007
Rifiuti in ogni luogo, ma non davanti alla propria abitazione.
Quella che leggete sotto è la lettera che ho inviato, in data odierna, ai quattro quotidiani locali con allegata la fotografia che vedete riprodotta. __________________C’è stata anche la “Giornata del Decoro”, ma, evidentemente, molti veneziani non ne hanno compreso il significato.
Mi riferisco al costume di molti concittadini nel depositare i rifiuti, sia il cosiddetto “umido”, sia la carta, come anche la plastica ed il vetro. Infatti, mi sembra che più di qualcuno concepisca come “decoro” solo quello davanti alla propria abitazione e fuori dalla propria porta; perciò queste persone portano anche cinquanta o cento metri più lontano i propri rifiuti e, ovviamente, nei pressi di un’abitazione di qualcun altro.
La circolare della Vesta (Informa Vesta) precisa che la raccolta differenziata è “porta a porta” (mi raccomando, non confondetelo con il “salotto di Bruno Vespa”) e che i rifiuti, oltre alla consegna diretta al netturbino, “ … in base ai regolamenti comunali della città di Venezia, possono essere posizionati, tra le 6 e le 8 del mattino, a ridosso della porta della propria abitazione.” Per porta della propria abitazione deve intendersi anche quella degli esercizi commerciali; invece, in Rio Marin, alcuni negozianti esigono il decoro davanti al proprio locale, fregandosene del decoro degli altri luoghi, in particolare della fondamenta che conduce ai Palazzi Cappello e Gradenigo, come dimostra la fotografia, scattata oggi 4.5 alle 12,30, che allego.
Forse, considerato che molti veneziani non capiscono l’italiano, sarà il caso che l’Assessore Salvadori faccia stampare i manifesti, oltre che nelle varie lingue straniere, anche in veneziano!
_________________
7.5.2007 - Pubblicata su "il Venezia" senza la foto ed omettendo l'indicazione della zona.
12.5.2007 - Pubblicata su "LA NUOVA VENEZIA" senza la foto ed omettendo l'indicazione della zona.
giovedì 3 maggio 2007
Terrorismo si? Terrorismo no?
Terrorismo si? Terrorismo no? L’opinione dell’”Osservatore Romano”, che ha parlato di “terrorismo” in riferimento alle parole ed ai giudizi espressi da Rivera, dal palco del concerto del 1° maggio, divide le opinioni dette dai politici, dai sindacalisti e dal “popolo” dei “blog”.
Voglio dire la mia, quindi, su questo argomento: non è necessario arrivare al “morto ammazzato” o al “gambizzato” per parlare di terrorismo? Come già scrissi in un precedente “post”, ( Scritte sui muri: "corsi e ricorsi storici") il momento assomiglia molto a quello in cui nacquero le BR, quando si dovette arrivare alla morte di Guido Rossa, perché le sinistre di allora riconoscessero il fenomeno. Perciò non bisogna sottovalutare il pericolo che qualche stupido, fomentato da parole espresse dall’”ultimo arrivato”, Rivera, ma anche da vari laicisti intellettualoidi e, perché no?, anche da esponenti la sinistra radicale europea, voglia emulare i terroristi del passato.
Venendo all’ultimo episodio del 1° maggio, un emulo del “maître a penser” P.Baudo, ha voluto profittare del microfono che aveva in mano e divulgare al “prossimo”, sia i 400.000 di Piazza San Giovanni, sia i telespettatori, il suo “pensiero”. A Venezia si dice: “Prima de parlar, tasi”; evidentemente, essendo un “trasteverino”, non conosceva questo proverbio. Si dice anche “cavighe el goto” a chi “ … pissa fora dal bocal”, che, tradotto, significa “ … levare il bicchiere (di vino) a chi, per aver bevuto troppo, dice delle stupidaggini”. Per me quelle parole dette da Rivera sono state veramente delle stupidaggini, mentre per altri sono la “verità”. Ognuno è libero di pensare come vuole, però non era né il momento, né il luogo, di esternare il proprio “pensiero”, sempre che il soggetto sia da catalogare come “pensatore”!
“Sparare contro la chiesa cattolica è oggi … uno sport”. Uno sport molto in voga, direi, soprattutto da parte di “laicisti” (da non confondere con laici), di pseudo intellettuali radical-chic, di atei, di agnostici e, soprattutto di ignoranti. Questi ultimi poi, come oche starnazzanti, ripetono sempre le stesse cose nei vari messaggi e/o commenti che si trovano, quasi fotocopie, sui più diversi “blog” ed anche sui commenti all’articolo che ieri è apparso su Repubblica.it.
Riassumendo, le tesi esposte sono queste: “Bagnasco e la chiesa sono omofobi”, “… Rivera ha espresso il proprio pensiero ed ognuno è libero di esprimersi come vuole perché siamo in democrazia …”, “ … le opinioni della chiesa, in questa vicenda, sono contrarie … alla democrazia”, ecc. ecc., sempre su queste lunghezze d’onda.
Ed ora mi attendo gli strali dei laicisti “pseudo-intellettuali-radical-chic”!!!
Li pubblicherò tutti, sempre che non siano anonimi, come la maggior parte di quei messaggi e/o commenti ai quali accennavo più sopra. Non hanno neppure il coraggio delle proprie idee!
Voglio dire la mia, quindi, su questo argomento: non è necessario arrivare al “morto ammazzato” o al “gambizzato” per parlare di terrorismo? Come già scrissi in un precedente “post”, ( Scritte sui muri: "corsi e ricorsi storici") il momento assomiglia molto a quello in cui nacquero le BR, quando si dovette arrivare alla morte di Guido Rossa, perché le sinistre di allora riconoscessero il fenomeno. Perciò non bisogna sottovalutare il pericolo che qualche stupido, fomentato da parole espresse dall’”ultimo arrivato”, Rivera, ma anche da vari laicisti intellettualoidi e, perché no?, anche da esponenti la sinistra radicale europea, voglia emulare i terroristi del passato.
Venendo all’ultimo episodio del 1° maggio, un emulo del “maître a penser” P.Baudo, ha voluto profittare del microfono che aveva in mano e divulgare al “prossimo”, sia i 400.000 di Piazza San Giovanni, sia i telespettatori, il suo “pensiero”. A Venezia si dice: “Prima de parlar, tasi”; evidentemente, essendo un “trasteverino”, non conosceva questo proverbio. Si dice anche “cavighe el goto” a chi “ … pissa fora dal bocal”, che, tradotto, significa “ … levare il bicchiere (di vino) a chi, per aver bevuto troppo, dice delle stupidaggini”. Per me quelle parole dette da Rivera sono state veramente delle stupidaggini, mentre per altri sono la “verità”. Ognuno è libero di pensare come vuole, però non era né il momento, né il luogo, di esternare il proprio “pensiero”, sempre che il soggetto sia da catalogare come “pensatore”!
“Sparare contro la chiesa cattolica è oggi … uno sport”. Uno sport molto in voga, direi, soprattutto da parte di “laicisti” (da non confondere con laici), di pseudo intellettuali radical-chic, di atei, di agnostici e, soprattutto di ignoranti. Questi ultimi poi, come oche starnazzanti, ripetono sempre le stesse cose nei vari messaggi e/o commenti che si trovano, quasi fotocopie, sui più diversi “blog” ed anche sui commenti all’articolo che ieri è apparso su Repubblica.it.
Riassumendo, le tesi esposte sono queste: “Bagnasco e la chiesa sono omofobi”, “… Rivera ha espresso il proprio pensiero ed ognuno è libero di esprimersi come vuole perché siamo in democrazia …”, “ … le opinioni della chiesa, in questa vicenda, sono contrarie … alla democrazia”, ecc. ecc., sempre su queste lunghezze d’onda.
Ed ora mi attendo gli strali dei laicisti “pseudo-intellettuali-radical-chic”!!!
Li pubblicherò tutti, sempre che non siano anonimi, come la maggior parte di quei messaggi e/o commenti ai quali accennavo più sopra. Non hanno neppure il coraggio delle proprie idee!
martedì 1 maggio 2007
Saranno veri "co.pro." i contratti di questo tipo?
“Da oggi martedì 1° maggio, ispettori del lavoro a caccia di collaborazioni fittizie.”.Inizia così un articolo letto oggi su Il Gazzettino (clicca qui).
Ve li figurate i datori di lavoro che hanno goduto di un “tregua” ed ora si trovano a dover regolarizzare una miriade di contratti (i vecchi co.co.co) che hanno subito la modifica solo nel nome (sono diventati co.pro). Erano, e sono, contratti con i quali il datore di lavoro “risparmia” e non ha problemi a non riassumere (in parole povere “a licenziare”). Pensate che trovandosi, di punto in bianco, a dover regolarizzare questi “contratti falsi”, i nostri italici datori di lavoro non si rivolgeranno alle istituzioni ponendo mille difficoltà che “ … non permetteranno una crescita della nostra economia … “? Spero di sbagliarmi, ma, vedrete, non sarà così. Forse qualche sfortunato si beccherà delle sanzioni in fase iniziale e poi si tornerà alla situazione in essere fino al 30 aprile.
Io proprio non ci credo e vedrete che i co.co.co. continueranno ed i co.pro faranno sempre i lavoratori dipendenti figurando collaboratori.
Ve li figurate i datori di lavoro che hanno goduto di un “tregua” ed ora si trovano a dover regolarizzare una miriade di contratti (i vecchi co.co.co) che hanno subito la modifica solo nel nome (sono diventati co.pro). Erano, e sono, contratti con i quali il datore di lavoro “risparmia” e non ha problemi a non riassumere (in parole povere “a licenziare”). Pensate che trovandosi, di punto in bianco, a dover regolarizzare questi “contratti falsi”, i nostri italici datori di lavoro non si rivolgeranno alle istituzioni ponendo mille difficoltà che “ … non permetteranno una crescita della nostra economia … “? Spero di sbagliarmi, ma, vedrete, non sarà così. Forse qualche sfortunato si beccherà delle sanzioni in fase iniziale e poi si tornerà alla situazione in essere fino al 30 aprile.
Io proprio non ci credo e vedrete che i co.co.co. continueranno ed i co.pro faranno sempre i lavoratori dipendenti figurando collaboratori.
lunedì 30 aprile 2007
1° maggio, si festeggia la strage!

Le statistiche del 2006 parlano chiaro: 1280 morti sul lavoro!
Se questa non è una strage, non saprei come definire l’evidenza del dato. Di questi, ben 280 si trovano nel solo settore edile.
Fra i 1280 morti c’è un’”escalation” di extracomunitari e di donne, quest’ultime ben 103.
Con tutte le nuove tecniche, anzi, nonostante le nuove tecniche e la possibilità di sistemi di sicurezza, i morti continuano ad aumentare.
La sicurezza costa ed allora … eliminiamola! Questo è senz’altro il “pensierino” fatto da molti dei nostri imprenditori, quelli non seri, che, purtroppo, stante l’evidenza dei numeri, non sono pochi.
Il costo del lavoro deve diminuire ed allora intervengono tutta una serie di trucchi, dai contratti atipici, agli appalti degli appalti degli appalti. Anche il fatto di una forte presenza di extracomunitari in questa statistica sta a dimostrare come ci sia un’ampia fetta di “lavoro nero”.
Ad ogni incidente si sentono ripetere sempre le stesse “manfrine” dai politici di turno, ma nulla cambia.
Insomma, la vita dell’uomo vale meno del profitto dell’imprenditore! Ed allora dobbiamo chiederci: “Cosa festeggiamo il 1° maggio? La strage?”
sabato 28 aprile 2007
L’ennesima conferma che esistono gli sfruttatori di Venezia a discapito dei residenti
Vorrei chiudere il mese di Aprile con il riproporre e commentare alcune notizie di cronaca, apparse ieri ed oggi nella stampa locale, che confermano quanto da me espresso più volte fin dai primi post in questo blog.
La prima, tratta da “ilVenezia” del 27 aprile, che potete leggere per intero cliccando qui, presenta la situazione di una zona di Venezia, nel sestiere di Cannaregio, nella quale ai residenti vengono posti vincoli nella libertà di circolare, sia via terra che per i canali, perché è stato approntato il set di un film in costume i cui protagonisti sono Monica Bellocci e Luca Zingaretti (ovviamente al seguito un nutrito numero di “paparazzi”). Venezia ha sempre ospitato volentieri queste lavorazioni anche perché, soprattutto in passato, erano una fonte di guadagno per parecchie persone, le comparse, ma anche per maestranze varie addette alla lavorazione vera e propria e questo perché, fino agli inizi degli anni ’50, in città era operante la Scalera Film. Però, in quegli anni e fino a qualche tempo fa, non c’era quella che possiamo definire una vera e propria limitazione della libertà individuale. Oggi i produttori si limitano a chiedere l’autorizzazione al Comune, ovviamente pagando (non molto in verità), e, una volta ottenutala, si sentono in obbligo di fare e disfare come vogliono. Se devono effettuare delle riprese in un canale, ed il periodo della vicenda non è quello attuale tolgono le barche, perché non sono quelle adatte, tagliando le catene, e le depositano in altri luoghi, senza avvertire i singoli proprietari, ma mettendo dei cartelli generici pochi giorni prima. Questo non è sufficiente perché le barche non vengono usate sempre come le automobili ed i proprietari, magari, non abitano in zona e non passano ogni giorno a vedere la propria barca. Ci sono anche le limitazioni nel passaggio di determinate calli; insomma è veramente una mancanza di libertà. Nel caso in questione vi sono poi delle riprese notturne con i conseguenti rumori prodotti dai macchinari e dalle voci: Venezia non è come le altre città tanto che basta un bisbiglio nella notte perché questo venga avvertito da chi abita nelle vicinanze che, ovviamente, non riesce a dormire.
Però c’è chi è contento: i gestori di bar e ristoranti!
Proprio coloro, non dico che siano quelli della zona interessata alla riprese cinematografiche, il giorno dopo (Il Gazzettino del 28 aprile) salgono all’”onore della cronaca” per il gran numero di contravvenzioni dovute soprattutto alla mancanza di pulizia ed igiene. Sono stati adottati ben 56 provvedimenti di chiusura (per alcuni non è la prima volta) e quasi tutti in centro storico. Si tratta di un numero elevato, checché ne dica il rappresentante della categoria.
Sono locali, quasi tutti bar, che, solo da poco tempo, hanno avuto il permesso di cucinare: si sono subito improvvisati “ristoratori” senza adeguare le strutture, senza mettere a norma gli impianti, soprattutto quelli che devono scaricare i fumi e gli odori che, invece, vengono immessi tranquillamente nell’aria, magari di fronte alle finestre di altri cittadini. Ma fare tutti gli adeguamenti costa ed allora i “nostri imprenditori” da quell’orecchio non ci sentono; loro devono soltanto incassare, incassare molto e, nel giro di pochi anni, ritirarsi a fare la bella vita con i soldi dovuti allo sfruttamento dei turisti e dei veneziani, che devono sopportare turisti e odori nauseabondi. Ogni tanto capita anche che qualche infezione intestinale colpisca gli avventori; conseguenze: pochi giorni di chiusura, la notizia sul giornale, quasi sempre senza nominativi se si tratta di italiani, mentre con tanto di dati anagrafici completi se, invece, sono cinesi!
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AGGIORNAMENTO del 29.4.2007
Ovviamente, come ci si aspettava, ecco arrivare i "distinguo" (vedi Il Gazzettino del 29.4).
Quello che non si capisce come possa chi per anni ha fatto il Segretario dell'associazione artigiani di Mestre, compito che ha svolto con assoluta competenza, assumere l'incarico di Assessore alle Attività Produttive e non avere "un occhio di riguardo" per gli "artigiani".
Mi sembra che ci siano troppe giustificazioni!
Chi sbaglia deve pagare! Altrimenti che fine fa la teoria del "libero imprenditore" che guadagna bene, però rischia tanto. In questo caso, mi sembra, si voglia eliminare i rischi per i "liberi imprenditori"!
La prima, tratta da “ilVenezia” del 27 aprile, che potete leggere per intero cliccando qui, presenta la situazione di una zona di Venezia, nel sestiere di Cannaregio, nella quale ai residenti vengono posti vincoli nella libertà di circolare, sia via terra che per i canali, perché è stato approntato il set di un film in costume i cui protagonisti sono Monica Bellocci e Luca Zingaretti (ovviamente al seguito un nutrito numero di “paparazzi”). Venezia ha sempre ospitato volentieri queste lavorazioni anche perché, soprattutto in passato, erano una fonte di guadagno per parecchie persone, le comparse, ma anche per maestranze varie addette alla lavorazione vera e propria e questo perché, fino agli inizi degli anni ’50, in città era operante la Scalera Film. Però, in quegli anni e fino a qualche tempo fa, non c’era quella che possiamo definire una vera e propria limitazione della libertà individuale. Oggi i produttori si limitano a chiedere l’autorizzazione al Comune, ovviamente pagando (non molto in verità), e, una volta ottenutala, si sentono in obbligo di fare e disfare come vogliono. Se devono effettuare delle riprese in un canale, ed il periodo della vicenda non è quello attuale tolgono le barche, perché non sono quelle adatte, tagliando le catene, e le depositano in altri luoghi, senza avvertire i singoli proprietari, ma mettendo dei cartelli generici pochi giorni prima. Questo non è sufficiente perché le barche non vengono usate sempre come le automobili ed i proprietari, magari, non abitano in zona e non passano ogni giorno a vedere la propria barca. Ci sono anche le limitazioni nel passaggio di determinate calli; insomma è veramente una mancanza di libertà. Nel caso in questione vi sono poi delle riprese notturne con i conseguenti rumori prodotti dai macchinari e dalle voci: Venezia non è come le altre città tanto che basta un bisbiglio nella notte perché questo venga avvertito da chi abita nelle vicinanze che, ovviamente, non riesce a dormire.
Però c’è chi è contento: i gestori di bar e ristoranti!
Proprio coloro, non dico che siano quelli della zona interessata alla riprese cinematografiche, il giorno dopo (Il Gazzettino del 28 aprile) salgono all’”onore della cronaca” per il gran numero di contravvenzioni dovute soprattutto alla mancanza di pulizia ed igiene. Sono stati adottati ben 56 provvedimenti di chiusura (per alcuni non è la prima volta) e quasi tutti in centro storico. Si tratta di un numero elevato, checché ne dica il rappresentante della categoria.
Sono locali, quasi tutti bar, che, solo da poco tempo, hanno avuto il permesso di cucinare: si sono subito improvvisati “ristoratori” senza adeguare le strutture, senza mettere a norma gli impianti, soprattutto quelli che devono scaricare i fumi e gli odori che, invece, vengono immessi tranquillamente nell’aria, magari di fronte alle finestre di altri cittadini. Ma fare tutti gli adeguamenti costa ed allora i “nostri imprenditori” da quell’orecchio non ci sentono; loro devono soltanto incassare, incassare molto e, nel giro di pochi anni, ritirarsi a fare la bella vita con i soldi dovuti allo sfruttamento dei turisti e dei veneziani, che devono sopportare turisti e odori nauseabondi. Ogni tanto capita anche che qualche infezione intestinale colpisca gli avventori; conseguenze: pochi giorni di chiusura, la notizia sul giornale, quasi sempre senza nominativi se si tratta di italiani, mentre con tanto di dati anagrafici completi se, invece, sono cinesi!
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AGGIORNAMENTO del 29.4.2007
Ovviamente, come ci si aspettava, ecco arrivare i "distinguo" (vedi Il Gazzettino del 29.4).
Quello che non si capisce come possa chi per anni ha fatto il Segretario dell'associazione artigiani di Mestre, compito che ha svolto con assoluta competenza, assumere l'incarico di Assessore alle Attività Produttive e non avere "un occhio di riguardo" per gli "artigiani".
Mi sembra che ci siano troppe giustificazioni!
Chi sbaglia deve pagare! Altrimenti che fine fa la teoria del "libero imprenditore" che guadagna bene, però rischia tanto. In questo caso, mi sembra, si voglia eliminare i rischi per i "liberi imprenditori"!
domenica 22 aprile 2007
Finalmente una bella “notizia”!
Questa mattina, leggendo il quotidiano della mia città, Il Gazzettino, mi sono rallegrato nell’apprendere che cinque ragazzini (tre femmine e due maschi), che in tutto fanno 53 anni (11+11+11+10+10), hanno inventato “un’agenzia investigativa” e fanno i Giornalisti; va bene il maiuscolo perché, se continueranno e si dedicheranno a questa professione nel modo i cui lo fanno ora, allora diventeranno dei veri Giornalisti, così come li intendeva Kapuscinski.
Abitano nella zona di Viale San Marco, a Mestre, ed hanno messo in piedi una vera e propria redazione, anche con gli strumenti necessari ad operare.
Il servizio che appare su Il Gazzettino di oggi (per leggerlo clicca qui) non dice, però, se la loro fatica viene premiata con una qualche pubblicazione, magari solo per i loro coetanei, oppure se va a finire in internet. Se non è così, peccato! Auguro loro di cuore che ciò avvenga e, intanto, pubblico io due “pezzi” dell’Agenzia investigativa Briciola (clicca qui).
Buon lavoro, ragazzi!
Abitano nella zona di Viale San Marco, a Mestre, ed hanno messo in piedi una vera e propria redazione, anche con gli strumenti necessari ad operare.
Il servizio che appare su Il Gazzettino di oggi (per leggerlo clicca qui) non dice, però, se la loro fatica viene premiata con una qualche pubblicazione, magari solo per i loro coetanei, oppure se va a finire in internet. Se non è così, peccato! Auguro loro di cuore che ciò avvenga e, intanto, pubblico io due “pezzi” dell’Agenzia investigativa Briciola (clicca qui).
Buon lavoro, ragazzi!
sabato 21 aprile 2007
Continua, sempre più raffinato, il "phishing" contro le Poste Italiane
Sempre attivo, e sempre più raffinato, il phishing attivato contro Poste Italiane.
Attenzione!!!
Per maggiori informazioni clicca qui
Attenzione!!!
Per maggiori informazioni clicca qui
venerdì 20 aprile 2007
25.4.2007 - San Marco: protettore religioso, ma anche politico, statale e … quasi “laico”.
In questo periodo c’è un gran parlare di “stato laico”, di “laicità dello stato” e di annessi e connessi. A questo proposito, vi segnalo un interessante e dotto post di Romina su Laicismo e laicisti.
L’argomento in questione mi dà, però, l’occasione di parlare nuovamente di San Marco, il protettore di Venezia, proprio in questi giorni vicini alla sua festa. Non meravigliatevi se parlerò di “laicità” parlando, nel contempo, di un santo.
San Marco è, forse è meglio dire “è stato”, un protettore particolare di una città particolare, una città-stato che restò in vita per oltre mille anni, più di Roma. Fu uno stato laico, nel senso più genuino del termine, che non disdegnava, anzi s’impegnava, di dimostrarsi religioso.
Venezia, ha sempre ribadito, tramite le sue leggi e la sua politica, la netta divisione tra potere dello stato e potere religioso, ed ha sempre combattuto, però, il potere temporale del papato e l’intromissione di quest’ultimo nella sua politica; questa avversione raggiunse il suo massimo dissenso nel 17° secolo. Basta rileggersi un po’ di storia per scoprire che la Serenissima, la Repubblica di San Marco, proprio per opporsi al potere temporale dei papi, venne scomunicata; sì, vennero proprio scomunicati tutti i suoi abitanti, dal doge all’ultimo popolano ed anche tutti i preti che non si fossero attenuti a quanto disposto dall’interdetto pontificio. Siamo nel 1606, e colui che combatté più decisamente contro questo potere fu un religioso, un servita, Fra Paolo Sarpi.
La storia di quel periodo si collega anche alla storia del doge Leonardo Donà che, proprio nel 1606 venne eletto alla suprema magistratura veneziana. Fu una contrapposizione molto forte, che arrivò ad isolare, per circa un anno, lo stato veneziano dagli altri stati europei
Ma veniamo a San Marco che fu il protettore della città per volere della stessa autorità statale; fu, si potrebbe dire, un santo di stato. Anche la leggenda , che vedeva in una profezia questo volere divino, fu senz’altro alimentata dal potere civile. Come fu il potere civile ad erigere, ed a rinnovare nel corso di più secoli, la Basilica intitolata all’evangelista. La Basilica di San Marco non fu mai sede vescovile, se non dopo il 1807, dieci anni dopo la caduta e la fine della Serenissima. San Marco è il massimo monumento della città, tempio di vita civile, oltre che di fede religiosa, testimonianza della grandezza di Venezia.
Per circa mille anni ha svolto le funzioni di Cappella Ducale dipendente direttamente dal Doge, che vi nominava il Primicerio a cui era conferita autorità episcopale, e Chiesa di Stato affidata alla tutela dei Procuratori di San Marco.
E' da sempre il tempio in cui le vicende del popolo e del governo veneziano hanno avuto la più alta celebrazione.
Venezia fu, quindi, una città, ed uno stato, laici, ma, nello stesso tempo, non privi di religiosità; basti pensare che alcuni dei templi più famosi vennero eretti, quali adempimento di voti, a seguito di ben precisi deliberati da parte del Senato della Repubblica, l’organo legislativo. Per non parlare poi delle numerose chiese e monasteri all’interno della città, molti dei quali furono abbattuti con l’avvento di Napoleone.
Un altro elemento che indicava la religiosità dello stato e del popolo veneziano fu la creazione delle “scuole di devozione” (scuole grandi e piccole)
“Viva Venezia, viva San Marco, evviva le glorie del nostro leon …” questo il ritornello di un famoso canto veneziano dell’ottocento, un inno alla città ed al suo patrono, un patrono religioso, ma anche politico, statale e … quasi “laico”.
L’argomento in questione mi dà, però, l’occasione di parlare nuovamente di San Marco, il protettore di Venezia, proprio in questi giorni vicini alla sua festa. Non meravigliatevi se parlerò di “laicità” parlando, nel contempo, di un santo.
San Marco è, forse è meglio dire “è stato”, un protettore particolare di una città particolare, una città-stato che restò in vita per oltre mille anni, più di Roma. Fu uno stato laico, nel senso più genuino del termine, che non disdegnava, anzi s’impegnava, di dimostrarsi religioso.
Venezia, ha sempre ribadito, tramite le sue leggi e la sua politica, la netta divisione tra potere dello stato e potere religioso, ed ha sempre combattuto, però, il potere temporale del papato e l’intromissione di quest’ultimo nella sua politica; questa avversione raggiunse il suo massimo dissenso nel 17° secolo. Basta rileggersi un po’ di storia per scoprire che la Serenissima, la Repubblica di San Marco, proprio per opporsi al potere temporale dei papi, venne scomunicata; sì, vennero proprio scomunicati tutti i suoi abitanti, dal doge all’ultimo popolano ed anche tutti i preti che non si fossero attenuti a quanto disposto dall’interdetto pontificio. Siamo nel 1606, e colui che combatté più decisamente contro questo potere fu un religioso, un servita, Fra Paolo Sarpi.
La storia di quel periodo si collega anche alla storia del doge Leonardo Donà che, proprio nel 1606 venne eletto alla suprema magistratura veneziana. Fu una contrapposizione molto forte, che arrivò ad isolare, per circa un anno, lo stato veneziano dagli altri stati europei
Ma veniamo a San Marco che fu il protettore della città per volere della stessa autorità statale; fu, si potrebbe dire, un santo di stato. Anche la leggenda , che vedeva in una profezia questo volere divino, fu senz’altro alimentata dal potere civile. Come fu il potere civile ad erigere, ed a rinnovare nel corso di più secoli, la Basilica intitolata all’evangelista. La Basilica di San Marco non fu mai sede vescovile, se non dopo il 1807, dieci anni dopo la caduta e la fine della Serenissima. San Marco è il massimo monumento della città, tempio di vita civile, oltre che di fede religiosa, testimonianza della grandezza di Venezia.
Per circa mille anni ha svolto le funzioni di Cappella Ducale dipendente direttamente dal Doge, che vi nominava il Primicerio a cui era conferita autorità episcopale, e Chiesa di Stato affidata alla tutela dei Procuratori di San Marco.
E' da sempre il tempio in cui le vicende del popolo e del governo veneziano hanno avuto la più alta celebrazione.
Venezia fu, quindi, una città, ed uno stato, laici, ma, nello stesso tempo, non privi di religiosità; basti pensare che alcuni dei templi più famosi vennero eretti, quali adempimento di voti, a seguito di ben precisi deliberati da parte del Senato della Repubblica, l’organo legislativo. Per non parlare poi delle numerose chiese e monasteri all’interno della città, molti dei quali furono abbattuti con l’avvento di Napoleone.
Un altro elemento che indicava la religiosità dello stato e del popolo veneziano fu la creazione delle “scuole di devozione” (scuole grandi e piccole)
“Viva Venezia, viva San Marco, evviva le glorie del nostro leon …” questo il ritornello di un famoso canto veneziano dell’ottocento, un inno alla città ed al suo patrono, un patrono religioso, ma anche politico, statale e … quasi “laico”.
domenica 15 aprile 2007
Fra un po’ di giorni sarà il 25 aprile …
Fra un po’ di giorni sarà il 25 aprile, una data che ha più valenze.
Per molti è importante perché si fa festa e basta; si può fare un “ponte”! Ma questo genere di valenza è meglio trascurarla. Per altri è una festa nazionale, la festa della liberazione dal nazifascismo e della fine della guerra. Per altri, ancora, è una festa della quale si sono appropriati i “rossi” e, quindi, è meglio non festeggiare.
Ma a me queste valenze non interessano in modo particolare.
L’ultima, poi, non fa proprio per me!
Il 25 aprile, invece, è anche, e soprattutto, il giorno di San Marco, il patrono di Venezia, un patrono che, per i veneziani, non ha solo valore dal punto di vista della fede; San Marco ed il suo simbolo, il leone, fanno parte della millenaria storia della Serenissima.
Un anno fa, proprio per questa occasione, avevo fatto un post inserendo il testo di una canzone in dialetto, di fine ‘800, in suo onore.
Ora voglio far conoscere, ovviamente ai non veneziani, un’usanza ed il perché della stessa, proprio di questa giornata.
In occasione della festa del Patrono i Veneziani usano donare il "bocolo" (bocciolo di rosa) alla propria amata; sulle origini di questo dono conosciamo due leggende.
Una riguarda la storia del contrastato amore tra una nobildonna, si dice una tale Maria Partecipazio (Partecipazio era una famiglia che dette più dogi alla città, proprio all’inizio) ed il trovatore Tancredi. Nell'intento di superare gli ostacoli dati dalla diversità di classe sociale, Tancredi parte per la guerra cercando di ottenere una fama militare che lo renda degno di tanto altolocata sposa. Purtroppo però, dopo essersi valorosamente distinto agli ordini di Carlo Magno nella guerra contro i Mori di Spagna, cade ferito a morte sopra un roseto che si tinge di rosso con il suo sangue. Tancredi morente affida a Orlando, il paladino, un bocciolo di quel roseto perché lo consegni alla sua amata.
Orlando, fedele alla promessa, giunge a Venezia il giorno prima di S.Marco e consegna alla nobildonna il bocciolo, quale estremo messaggio d'amore di Tancredi morente. La mattina seguente Maria Partecipazio viene trovata morta con il bocciolo rosso posato sul cuore e da allora gli amanti veneziani usano quel fiore come emblematico pegno d'amore.
Secondo l'altra leggenda la tradizione del “bocolo” discende invece dal roseto che nasceva accanto la tomba dell'Evangelista. Il roseto sarebbe stato donato a un marinaio della Giudecca di nome Basilio quale premio per la sua grande collaborazione nella trafugazione delle spoglie del Santo.
Piantato nel giardino della sua casa il roseto alla morte di Basilio divenne il confine della proprietà suddivisa tra i due figli. Avvenne in seguito una rottura dell'armonia tra i due rami della famiglia (fatto che, sempre secondo le narrazioni, fu causa anche di un omicidio), e la pianta smise di fiorire.
Un 25 aprile di molti anni dopo nacque amore a prima vista tra una fanciulla discendente da uno dei due rami e un giovane dell'altro ramo familiare. I due giovani si innamorarono guardandosi attraverso il roseto che separava i due orti.
Il roseto accompagnò lo sbocciare dell'amore tra parti nemiche coprendosi di boccioli rossi, e il giovane cogliendone uno lo donò alla fanciulla.
Che dopo questa usanza sia diventata un’occasione d’oro per i fioristi della città e per molti “vu cumprà”, di norma cingalesi, questa è un’altra cosa!
Però è un’usanza molto sentita dai veneziani ed è una tradizione molto antica e, quindi, non è paragonabile alle “feste importate” della “donna”, della “mamma”, ecc. ecc.
N.B. - Perché ho messo questo post in anticipo sulla scadenza? Perché i veneziani se la possano ricordare per tempo e, per i “non veneziani,” che saranno nella mia città in quel giorni, affinché non si meraviglino nel vedere per strada tanti uomini, di tutte le età, con uno o più “bocoli” in mano.
Per molti è importante perché si fa festa e basta; si può fare un “ponte”! Ma questo genere di valenza è meglio trascurarla. Per altri è una festa nazionale, la festa della liberazione dal nazifascismo e della fine della guerra. Per altri, ancora, è una festa della quale si sono appropriati i “rossi” e, quindi, è meglio non festeggiare.
Ma a me queste valenze non interessano in modo particolare.
L’ultima, poi, non fa proprio per me!
Il 25 aprile, invece, è anche, e soprattutto, il giorno di San Marco, il patrono di Venezia, un patrono che, per i veneziani, non ha solo valore dal punto di vista della fede; San Marco ed il suo simbolo, il leone, fanno parte della millenaria storia della Serenissima.
Un anno fa, proprio per questa occasione, avevo fatto un post inserendo il testo di una canzone in dialetto, di fine ‘800, in suo onore.
Ora voglio far conoscere, ovviamente ai non veneziani, un’usanza ed il perché della stessa, proprio di questa giornata.
In occasione della festa del Patrono i Veneziani usano donare il "bocolo" (bocciolo di rosa) alla propria amata; sulle origini di questo dono conosciamo due leggende.
Una riguarda la storia del contrastato amore tra una nobildonna, si dice una tale Maria Partecipazio (Partecipazio era una famiglia che dette più dogi alla città, proprio all’inizio) ed il trovatore Tancredi. Nell'intento di superare gli ostacoli dati dalla diversità di classe sociale, Tancredi parte per la guerra cercando di ottenere una fama militare che lo renda degno di tanto altolocata sposa. Purtroppo però, dopo essersi valorosamente distinto agli ordini di Carlo Magno nella guerra contro i Mori di Spagna, cade ferito a morte sopra un roseto che si tinge di rosso con il suo sangue. Tancredi morente affida a Orlando, il paladino, un bocciolo di quel roseto perché lo consegni alla sua amata.
Orlando, fedele alla promessa, giunge a Venezia il giorno prima di S.Marco e consegna alla nobildonna il bocciolo, quale estremo messaggio d'amore di Tancredi morente. La mattina seguente Maria Partecipazio viene trovata morta con il bocciolo rosso posato sul cuore e da allora gli amanti veneziani usano quel fiore come emblematico pegno d'amore.
Secondo l'altra leggenda la tradizione del “bocolo” discende invece dal roseto che nasceva accanto la tomba dell'Evangelista. Il roseto sarebbe stato donato a un marinaio della Giudecca di nome Basilio quale premio per la sua grande collaborazione nella trafugazione delle spoglie del Santo.
Piantato nel giardino della sua casa il roseto alla morte di Basilio divenne il confine della proprietà suddivisa tra i due figli. Avvenne in seguito una rottura dell'armonia tra i due rami della famiglia (fatto che, sempre secondo le narrazioni, fu causa anche di un omicidio), e la pianta smise di fiorire.
Un 25 aprile di molti anni dopo nacque amore a prima vista tra una fanciulla discendente da uno dei due rami e un giovane dell'altro ramo familiare. I due giovani si innamorarono guardandosi attraverso il roseto che separava i due orti.
Il roseto accompagnò lo sbocciare dell'amore tra parti nemiche coprendosi di boccioli rossi, e il giovane cogliendone uno lo donò alla fanciulla.
Che dopo questa usanza sia diventata un’occasione d’oro per i fioristi della città e per molti “vu cumprà”, di norma cingalesi, questa è un’altra cosa!
Però è un’usanza molto sentita dai veneziani ed è una tradizione molto antica e, quindi, non è paragonabile alle “feste importate” della “donna”, della “mamma”, ecc. ecc.
N.B. - Perché ho messo questo post in anticipo sulla scadenza? Perché i veneziani se la possano ricordare per tempo e, per i “non veneziani,” che saranno nella mia città in quel giorni, affinché non si meraviglino nel vedere per strada tanti uomini, di tutte le età, con uno o più “bocoli” in mano.
sabato 14 aprile 2007
“PHISHING”, TRUFFA E VIRUS con continue FALSE COMUNICAZIONI di POSTE ITALIANE
Ormai c’è chi è bombardato (anche tre al giorno) da e-mail di questo tipo.

Già in post precedenti vi avevo invitato a non credere a questo tipo di comunicazioni per diversi motivi: in primo luogo perché Poste Italiane non usa questo sistema per contattare i propri correntisti, poi perché il testo presenta parecchie anomalie (mancanza di parole accentate e caratteri in “cirillico”); inoltre l’orario di spedizione non è quello dell’Italia (+2000) ma di altri stati con diverso fuso orario (nell’immagine di questa volta è segnato +3000).
Ma c’è qualcosa in più da segnalare. Infatti, non si tratta solo di truffa o di “phishing”. Questa volta si tratta anche di virus informatico, in particolare di W32/Sdbot.KCX. Per maggiori informazioni sul virus, che a detta degli esperti ha “…caratteristiche abbastanza terrificanti…”, cliccate qui.

Già in post precedenti vi avevo invitato a non credere a questo tipo di comunicazioni per diversi motivi: in primo luogo perché Poste Italiane non usa questo sistema per contattare i propri correntisti, poi perché il testo presenta parecchie anomalie (mancanza di parole accentate e caratteri in “cirillico”); inoltre l’orario di spedizione non è quello dell’Italia (+2000) ma di altri stati con diverso fuso orario (nell’immagine di questa volta è segnato +3000).
Ma c’è qualcosa in più da segnalare. Infatti, non si tratta solo di truffa o di “phishing”. Questa volta si tratta anche di virus informatico, in particolare di W32/Sdbot.KCX. Per maggiori informazioni sul virus, che a detta degli esperti ha “…caratteristiche abbastanza terrificanti…”, cliccate qui.
venerdì 13 aprile 2007
A proposito dell’isola di S.Elena.
Proprio in questi giorni, avendo trattato dell’isola di Sant’Elena in Venezia, ho ritrovato, sistemando (si fa per dire) le mie carte, questa “canzonetta” del 1863 dedicata al luogo in questione.
S’intitola “L’isoleta de S.Elena” e l’autore del testo è un certo G.Bartolini.
Il tutto si trova in una pubblicazione giacente presso la biblioteca “Querini Stampalia” di Venezia.
Riporto il testo in questione nell’immagine qui accanto.

Evidentemente, come si evince dalla descrizione, l’isola, sulla quale oggi sorge l’abitato, era un vasto prato, meta “turistica” dei veneziani fino al 1928, e raggiungibile solo in barca.
Dedico questo post a tutti coloro che amano Venezia anche in questi piccoli particolari.
S’intitola “L’isoleta de S.Elena” e l’autore del testo è un certo G.Bartolini.
Il tutto si trova in una pubblicazione giacente presso la biblioteca “Querini Stampalia” di Venezia.
Riporto il testo in questione nell’immagine qui accanto.

Evidentemente, come si evince dalla descrizione, l’isola, sulla quale oggi sorge l’abitato, era un vasto prato, meta “turistica” dei veneziani fino al 1928, e raggiungibile solo in barca.
Dedico questo post a tutti coloro che amano Venezia anche in questi piccoli particolari.
mercoledì 11 aprile 2007
Scritte sui muri: "corsi e ricorsi storici"!
Le scritte sui muri di questi giorni, prima a Genova e quindi anche a Torino e Bologna, contro il vescovo di Genova e nuovo presidente della CEI Bagnasco, ma anche contro il Papa e, in genere, contro la Chiesa Cattolica, sono, senz’altro, una dimostrazione della stupidità umana e, purtroppo, “ … contro la stupidità perfino gli dei combattono invano.” (Schiller).
Ma il problema è anche un altro: stabilire chi, al giorno d’oggi, sia più stupido! Perciò, nel nostro caso, è più stupido chi ha materialmente scritto sui muri o chi ha ispirato quelle scritte?
E sì! Non mi si venga a dire che gli “ispiratori” non esistono!
Quelle scritte, come molte altre, non sono opera solitaria di “poveri idioti”, ma, invece, sono il risultato di una regia più o meno “occulta”, più o meno “intellettuale”, più o meno “politica”, più o meno “lobbistica”.
Sembra proprio che la “storia” si ripeta! Con questo mi riferisco ai famosi e funesti “anni di piombo” che, per chi non si ricorda, vuoi per età anagrafica, ma anche perché è nell’umana natura dimenticare, furono preceduti, oltre che da rapine di autofinanziamento ed attentati a strutture varie, da anni di “propaganda muraria”; scritte violente ed offensive, minacce di morte e deliranti “osanna” ad un comunismo irreale furono la “letteratura” che appariva sui muri delle fabbriche e nei centri cittadini con seguito di fogli propagandistici clandestini.
Poi dalla “propaganda” passarono all’azione, prima con sequestri e, poi, con “gambizzazioni” ed omicidi. Ma fino all’assassinio di Guido Rossa, operaio e sindacalista CGIL, la “sinistra” parlava di … “compagni che sbagliano”! Un po’ pochino, mi sembra!
E questo a tutti i livelli, sia ai vertici di partito, ma anche a livello di singoli iscritti.
A testimonianza di questa mia ultima affermazione ricordo un mio amico, iscritto al PCI, che mi raccontava come, agli inizi degli anni ’70, nel rientrare a casa, a notte inoltrata, trovava, in giro per Venezia, persone che conosceva perché già iscritte al PCI, intente a scrivere sui muri; anche lui li indicava come “compagni che sbagliavano”.
Poi, sappiamo tutti come è andata a finire!
Per fare “pendant”, la "destra" non è stata da meno: forse un po’ meno scritte ma, senz’altro, più stragi!
I "corsi e ricorsi storici" non sono una legge universale, però è una possibilità oggettiva che si avvera quando si ha la perdita della memoria del passato.
L’unica speranza è che la teoria di Giambattista Vico non diventi realtà!
Ma il problema è anche un altro: stabilire chi, al giorno d’oggi, sia più stupido! Perciò, nel nostro caso, è più stupido chi ha materialmente scritto sui muri o chi ha ispirato quelle scritte?
E sì! Non mi si venga a dire che gli “ispiratori” non esistono!
Quelle scritte, come molte altre, non sono opera solitaria di “poveri idioti”, ma, invece, sono il risultato di una regia più o meno “occulta”, più o meno “intellettuale”, più o meno “politica”, più o meno “lobbistica”.
Sembra proprio che la “storia” si ripeta! Con questo mi riferisco ai famosi e funesti “anni di piombo” che, per chi non si ricorda, vuoi per età anagrafica, ma anche perché è nell’umana natura dimenticare, furono preceduti, oltre che da rapine di autofinanziamento ed attentati a strutture varie, da anni di “propaganda muraria”; scritte violente ed offensive, minacce di morte e deliranti “osanna” ad un comunismo irreale furono la “letteratura” che appariva sui muri delle fabbriche e nei centri cittadini con seguito di fogli propagandistici clandestini.
Poi dalla “propaganda” passarono all’azione, prima con sequestri e, poi, con “gambizzazioni” ed omicidi. Ma fino all’assassinio di Guido Rossa, operaio e sindacalista CGIL, la “sinistra” parlava di … “compagni che sbagliano”! Un po’ pochino, mi sembra!
E questo a tutti i livelli, sia ai vertici di partito, ma anche a livello di singoli iscritti.
A testimonianza di questa mia ultima affermazione ricordo un mio amico, iscritto al PCI, che mi raccontava come, agli inizi degli anni ’70, nel rientrare a casa, a notte inoltrata, trovava, in giro per Venezia, persone che conosceva perché già iscritte al PCI, intente a scrivere sui muri; anche lui li indicava come “compagni che sbagliavano”.
Poi, sappiamo tutti come è andata a finire!
Per fare “pendant”, la "destra" non è stata da meno: forse un po’ meno scritte ma, senz’altro, più stragi!
I "corsi e ricorsi storici" non sono una legge universale, però è una possibilità oggettiva che si avvera quando si ha la perdita della memoria del passato.
L’unica speranza è che la teoria di Giambattista Vico non diventi realtà!
martedì 10 aprile 2007
"Le correnti si stanno mangiando l’isola di Sant’Elena" - Occasione di ricordi.
Questa mattina (10 aprile) la locandina che pubblicizzava Il Gazzettino di Venezia portava come “titolone” : “Le correnti si stanno mangiando l’isola di Sant’Elena”.
La cosa mi ha subito preoccupato perché Sant’Elena, l’isola di Venezia che si trova nella zona sud-est della città, è stato il luogo che mi ha visto nascere e che mi ha accompagnato nei miei primi ventisette anni di vita. Con quest’isola ho, perciò, un particolare “rapporto”.
Letto l’articolo (clicca qui) mi sono rinfrancato perché, a quanto sembra, la cosa non è poi così grave.
E così colgo l’occasione per parlare un po’ di questa zona della mia città dove (fortunatamente!) non arriva la massa del turismo.
Intanto è bene precisare che Sant’Elena è formata da due isole, quella antica, dove si trova la quattrocentesca chiesa gotica intitolata alla santa, e quella sulla quale, a partire dal 1928, è nato il quartiere abitativo. Il pericolo, secondo quanto scrive il quotidiano, riguarderebbe l’isola antica, o meglio, la secca che, dalla parte orientale, si trova davanti la chiesa e l’attuale Collegio Morosini.
Quella secca la ricordo bene perché è lì che ho imparato a nuotare: ci si portava dalla “porta d’acqua” del convento annesso alla chiesa, si camminava nell’acqua bassa con le alghe che ti avvolgevano le caviglie e si arrivava fino al “buco della bomba”, una depressione, di qualche metro di profondità, formata da una bomba inesplosa.
Oltre le briccole il Canale delle Navi divide la secca dall’Isola della Certosa. In mezzo a questo canale furono abbandonate, alla fine della guerra, due porte dei bacini di carenaggio, porte che divennero dei ruderi; una fu portata via qualche anno dopo e l’altra solo vent’anni fa. Quest’ultima, toccando il fondo, aveva influito notevolmente all’innalzamento del fondo stesso del canale ed all’imbonimento di parte delle secche sia dalla parte di Sant’Elena che della Certosa.
Pertanto, con il ripristino della situazione anteguerra e con altri lavori, nel resto della laguna, che hanno provocato una velocizzazione delle correnti marine, anche questa zona si trova interessata al fenomeno. D’altra parte, anche quando si doveva raggiungere a nuoto le “porte del bacino”, per poi da lì fare i tuffi dall’alto, non era semplice superare il centinaio di metri di canale dove, anche allora, la corrente era notevole.
La chiesa, in stile gotico, presenta un bel portale rinascimentale di Antonio Rizzo con il monumento commemorativo del comandante Vittore Cappello, potentemente verista nel volto dello stesso.
L’isola antica, dove si trova anche il campo sportivo, è divisa dal quartiere da un canale attraversato da quattro ponti in legno. La parte moderna, sulla quale si trovano le case, è un’isola “artificiale”; si tratta di una zona della laguna con acqua bassa, dove spesso il terreno affiorava e che, nel corso di molti anni, è stata imbonita da detriti edili (nei primi dell’800, durante il periodo napoleonico, furono abbattute molte chiese) e da fango scavato dai canali lagunari; questo genere di imbonimento viene chiamato sacca.
Per molti anni rimase un enorme prato verde, zona di “scampagnata” dei veneziani e solo nel 1928 fu iniziata la costruzione del quartiere moderno; del primitivo verde rimane la vasta pineta che si affaccia sul Bacino di San Marco.
Il tutto era, ed è, un luogo ideale per i giochi di bambini e ragazzi: cose che ancora mi ricordo con molta felicità e nostalgia.
La cosa mi ha subito preoccupato perché Sant’Elena, l’isola di Venezia che si trova nella zona sud-est della città, è stato il luogo che mi ha visto nascere e che mi ha accompagnato nei miei primi ventisette anni di vita. Con quest’isola ho, perciò, un particolare “rapporto”.
Letto l’articolo (clicca qui) mi sono rinfrancato perché, a quanto sembra, la cosa non è poi così grave.
E così colgo l’occasione per parlare un po’ di questa zona della mia città dove (fortunatamente!) non arriva la massa del turismo.
Intanto è bene precisare che Sant’Elena è formata da due isole, quella antica, dove si trova la quattrocentesca chiesa gotica intitolata alla santa, e quella sulla quale, a partire dal 1928, è nato il quartiere abitativo. Il pericolo, secondo quanto scrive il quotidiano, riguarderebbe l’isola antica, o meglio, la secca che, dalla parte orientale, si trova davanti la chiesa e l’attuale Collegio Morosini.
Quella secca la ricordo bene perché è lì che ho imparato a nuotare: ci si portava dalla “porta d’acqua” del convento annesso alla chiesa, si camminava nell’acqua bassa con le alghe che ti avvolgevano le caviglie e si arrivava fino al “buco della bomba”, una depressione, di qualche metro di profondità, formata da una bomba inesplosa.
Oltre le briccole il Canale delle Navi divide la secca dall’Isola della Certosa. In mezzo a questo canale furono abbandonate, alla fine della guerra, due porte dei bacini di carenaggio, porte che divennero dei ruderi; una fu portata via qualche anno dopo e l’altra solo vent’anni fa. Quest’ultima, toccando il fondo, aveva influito notevolmente all’innalzamento del fondo stesso del canale ed all’imbonimento di parte delle secche sia dalla parte di Sant’Elena che della Certosa.
Pertanto, con il ripristino della situazione anteguerra e con altri lavori, nel resto della laguna, che hanno provocato una velocizzazione delle correnti marine, anche questa zona si trova interessata al fenomeno. D’altra parte, anche quando si doveva raggiungere a nuoto le “porte del bacino”, per poi da lì fare i tuffi dall’alto, non era semplice superare il centinaio di metri di canale dove, anche allora, la corrente era notevole.
La chiesa, in stile gotico, presenta un bel portale rinascimentale di Antonio Rizzo con il monumento commemorativo del comandante Vittore Cappello, potentemente verista nel volto dello stesso.

L’isola antica, dove si trova anche il campo sportivo, è divisa dal quartiere da un canale attraversato da quattro ponti in legno. La parte moderna, sulla quale si trovano le case, è un’isola “artificiale”; si tratta di una zona della laguna con acqua bassa, dove spesso il terreno affiorava e che, nel corso di molti anni, è stata imbonita da detriti edili (nei primi dell’800, durante il periodo napoleonico, furono abbattute molte chiese) e da fango scavato dai canali lagunari; questo genere di imbonimento viene chiamato sacca.
Per molti anni rimase un enorme prato verde, zona di “scampagnata” dei veneziani e solo nel 1928 fu iniziata la costruzione del quartiere moderno; del primitivo verde rimane la vasta pineta che si affaccia sul Bacino di San Marco.
Il tutto era, ed è, un luogo ideale per i giochi di bambini e ragazzi: cose che ancora mi ricordo con molta felicità e nostalgia.
mercoledì 4 aprile 2007
Il giornalismo, secondo Kapuściński
Più volte ho trattato su questo blog di giornali, giornalisti e giornalismo, pur, come già precisato, non essendo del mestiere. Confesso, però, che mi sarebbe piaciuto esserlo e, soprattutto, esserlo come lo è stato Ryszard Kapuściński
Di questo personaggio, giornalista e scrittore polacco, sempre attento ed acuto osservatore, deceduto di recente, ho trovato su “Lapidarium – In viaggio tra i frammenti della storia” (Giangiacomo Feltrinelli Editore – gennaio 2001) questa “scaletta” di una conferenza che l’autore ha tenuto a Rotterdam, che ripropongo ai lettori di questo blog.
“Conferenza a Rotterdam. Parlo del ruolo e del lavoro di un corrispondente all'estero nell'odierna società.
l) Sono diventato corrispondente estero nel 1956, a ventiquattro anni. Da allora non ho mai smesso di esercitare questa professione, specializzandomi soprattutto nei problemi dei paesi sottosviluppati, in particolare dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina.
2) In tutto questo periodo l'ambiente dei corrispondenti esteri è molto cambiato. Una volta dominavano i reporter della carta stampata. Oggi sono in netta minoranza.
3) Adesso regnano le troupe televisive. Nel nuovo contesto i giornalisti sono pochi. Prevalgono gli operatori, i tecnici del suono e delle luci, gli elettricisti, tutta gente molto più preoccupata di scovare una presa per la spina e controllare che il cavo non sia troppo corto, che non di decifrare il senso e la sostanza degli avvenimenti.
4) Tale mondo televisivo si distingue per un forte spirito di competizione. L'essenziale non è informare di quanto succede nel mondo, ma che "gli uni sorveglino gli altri". Ne consegue che i media si spostano sul globo terrestre in massa, a frotte, si incontrano tutti sempre nello stesso unico posto, e in quello si fermano e lavorano. Intanto il resto del mondo sprofonda nella nebbia.
5) Esistono sempre più stazioni televisive, stazioni radio e giornali. Automaticamente ci sono sempre più giornalisti. In questa professione i dilettanti sono sempre stati numerosi, ma oggi invadono addirittura il settore. Molti di loro non si rendono conto che fare il giornalista significa innanzitutto lavorare continuamente su se stessi, formarsi, acquisire conoscenze, cercare di comprendere il mondo.
6) La televisione trasmette la sua versione degli avvenimenti e perfino la sua visione del mondo, della politica, della storia. Il guaio è che questa comincia a essere l'unica versione dei fatti (e al contempo della storia in atto al momento) che arriva al cosiddetto uomo della strada, al membro anonimo della società di massa. Sempre più, quindi, ci facciamo un'idea del mondo basata non sulla conoscenza dei fatti e dei processi che li determinano, ma sulle immagini televisive di quegli eventi; vale a dire su una loro versione interpretata e propinata all'utente, pronta da guardare e da prendere per buona.
7) Oggi il potere politico si rende conto della forza e del significato dei media. Sa come possano diventare un surrogato di governo. anzi un reale e potente centro di potere. e come il governo politico possa perderne il controllo e il dominio.
8) AI tempo stesso viviamo in un mondo sempre più complesso. sempre più difficile da spiegare attraverso i mezzi della comunicazione di massa.
9) Il livello dei media non è determinato solo da manager e giornalisti. Viene dettato anche. e forse in modo decisivo. dal livello degli utenti (il cosiddetto utente medio). Ma poiché non sta bene criticare il livello della società, si attaccano i media. accusando la bassa qualità dei programmi e addirittura il qualunquismo, la banalità e il kitsch.”
Di questo personaggio, giornalista e scrittore polacco, sempre attento ed acuto osservatore, deceduto di recente, ho trovato su “Lapidarium – In viaggio tra i frammenti della storia” (Giangiacomo Feltrinelli Editore – gennaio 2001) questa “scaletta” di una conferenza che l’autore ha tenuto a Rotterdam, che ripropongo ai lettori di questo blog.
“Conferenza a Rotterdam. Parlo del ruolo e del lavoro di un corrispondente all'estero nell'odierna società.
l) Sono diventato corrispondente estero nel 1956, a ventiquattro anni. Da allora non ho mai smesso di esercitare questa professione, specializzandomi soprattutto nei problemi dei paesi sottosviluppati, in particolare dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina.
2) In tutto questo periodo l'ambiente dei corrispondenti esteri è molto cambiato. Una volta dominavano i reporter della carta stampata. Oggi sono in netta minoranza.
3) Adesso regnano le troupe televisive. Nel nuovo contesto i giornalisti sono pochi. Prevalgono gli operatori, i tecnici del suono e delle luci, gli elettricisti, tutta gente molto più preoccupata di scovare una presa per la spina e controllare che il cavo non sia troppo corto, che non di decifrare il senso e la sostanza degli avvenimenti.
4) Tale mondo televisivo si distingue per un forte spirito di competizione. L'essenziale non è informare di quanto succede nel mondo, ma che "gli uni sorveglino gli altri". Ne consegue che i media si spostano sul globo terrestre in massa, a frotte, si incontrano tutti sempre nello stesso unico posto, e in quello si fermano e lavorano. Intanto il resto del mondo sprofonda nella nebbia.
5) Esistono sempre più stazioni televisive, stazioni radio e giornali. Automaticamente ci sono sempre più giornalisti. In questa professione i dilettanti sono sempre stati numerosi, ma oggi invadono addirittura il settore. Molti di loro non si rendono conto che fare il giornalista significa innanzitutto lavorare continuamente su se stessi, formarsi, acquisire conoscenze, cercare di comprendere il mondo.
6) La televisione trasmette la sua versione degli avvenimenti e perfino la sua visione del mondo, della politica, della storia. Il guaio è che questa comincia a essere l'unica versione dei fatti (e al contempo della storia in atto al momento) che arriva al cosiddetto uomo della strada, al membro anonimo della società di massa. Sempre più, quindi, ci facciamo un'idea del mondo basata non sulla conoscenza dei fatti e dei processi che li determinano, ma sulle immagini televisive di quegli eventi; vale a dire su una loro versione interpretata e propinata all'utente, pronta da guardare e da prendere per buona.
7) Oggi il potere politico si rende conto della forza e del significato dei media. Sa come possano diventare un surrogato di governo. anzi un reale e potente centro di potere. e come il governo politico possa perderne il controllo e il dominio.
8) AI tempo stesso viviamo in un mondo sempre più complesso. sempre più difficile da spiegare attraverso i mezzi della comunicazione di massa.
9) Il livello dei media non è determinato solo da manager e giornalisti. Viene dettato anche. e forse in modo decisivo. dal livello degli utenti (il cosiddetto utente medio). Ma poiché non sta bene criticare il livello della società, si attaccano i media. accusando la bassa qualità dei programmi e addirittura il qualunquismo, la banalità e il kitsch.”
mercoledì 28 marzo 2007
Continuano i tentativi di fregarvi con falsi accessi a Poste.it
Si fanno sempre più “credibili” i tentativi di truffa da parte di “false Poste Italiane”. Dopo quello che ho evidenziato nel mio post precedente del 24 marzo, i falsari si sono presentati con un’altra mail, costruita un po’ meglio, con una forma lessicale più corretta, ma sempre non veritiera ed ancora con errori nelle parole accentate.
Comunque, bisogna partire sempre dal principio che Poste Italiane non si servono di una mail per invitare i propri clienti a fruire di nuovi servizi.
Detto questo controllate la copia di questa nuova famigerata comunicazione (è un PDF).
Come potete notare, oltre alle parole senza accento, c’è ancora il carattere dell’alfabeto cirillico “И” che prende il posto della nostra “è”.
Poi, se è arrivata anche a voi questa mail ed usate Mozilla, cliccate su “Visualizza” e quindi su “Sorgente del messaggio”; qui potete constatare che non è stato spedito dall’Italia, ma da un paese che si trova nel fuso precedente. Infatti, l’orario relativo all’ora di Greenwich viene indicato con +0300, mentre il nostro orario italiano è segnato come +0200 (per questo controllo con Outlook da “File” cliccate su “Proprietà” e quindi su “Dettagli”).
Quindi, non accedete ad alcun “link” indicato su detta e-mail, altrimenti … cavoli vostri.
Uomo avvisato …..
--------
Aggiornamento delle ore 23,00:
C'è in giro anche una mail proveniente (si fa per dire) dal gruppo Intesa-San Paolo.
Stesso tenore, ma proveniente dalla Svizzera (sempre con il controllo di "Sorgente messaggio").
Comunque, bisogna partire sempre dal principio che Poste Italiane non si servono di una mail per invitare i propri clienti a fruire di nuovi servizi.
Detto questo controllate la copia di questa nuova famigerata comunicazione (è un PDF).
Come potete notare, oltre alle parole senza accento, c’è ancora il carattere dell’alfabeto cirillico “И” che prende il posto della nostra “è”.
Poi, se è arrivata anche a voi questa mail ed usate Mozilla, cliccate su “Visualizza” e quindi su “Sorgente del messaggio”; qui potete constatare che non è stato spedito dall’Italia, ma da un paese che si trova nel fuso precedente. Infatti, l’orario relativo all’ora di Greenwich viene indicato con +0300, mentre il nostro orario italiano è segnato come +0200 (per questo controllo con Outlook da “File” cliccate su “Proprietà” e quindi su “Dettagli”).
Quindi, non accedete ad alcun “link” indicato su detta e-mail, altrimenti … cavoli vostri.
Uomo avvisato …..
--------
Aggiornamento delle ore 23,00:
C'è in giro anche una mail proveniente (si fa per dire) dal gruppo Intesa-San Paolo.
Stesso tenore, ma proveniente dalla Svizzera (sempre con il controllo di "Sorgente messaggio").
Farmaci in internet: un pericolo!
Penso che tutti abbiamo, o abbiamo avuto, qualcuno, nel giro delle proprie conoscenze (parenti, amici o altro) che si cura, o si curava, “da solo”.
Sono queste delle persone che, non andando dai medici, seguono dei loro percorsi farmacologici o, molto spesso, si lasciano influenzare dalle mode o dai consigli di qualcun altro (compresi maghi e fattucchiere).
Prendono medicine anche se non ne hanno bisogno, credono che le “medicine naturali” (quelle derivate dalle piante) non facciano male, leggono giornali che trattano argomenti di “salute”, ascoltano tutte le trasmissioni televisive su questo argomento e credono di saperne di più dei medici.
I “media sanitari” che trattano, ovviamente, non il singolo caso, pur invitando, di norma, il lettore a rivolgersi al proprio medico, non vengono seguiti in quest’importante consiglio.
Personaggi di questo tipo sono molto influenzabili e, soprattutto per questo, corrono parecchi rischi.
Ora sono arrivati, molto invadenti, i farmaci in internet.
Provate a controllare le “mail” spazzatura, le “spam”, che vi arrivano: cosa vi propongono? In primo luogo “viagra”, “cialis”, ma anche “valium” e farmaci di ogni tipo. Siamo sicuri che siano veramente farmaci?
È, come molte cose su internet, una truffa, con l’aggiunta di essere anche molto pericolosa.
È senz’altro il caso che, soprattutto queste persone, non caschino nel tranello che potrebbe avere conseguenze nefaste.
Per maggiori informazioni cliccate qui (“Medicinali in internet: connubio mortale”) e … attenzione!
Sono queste delle persone che, non andando dai medici, seguono dei loro percorsi farmacologici o, molto spesso, si lasciano influenzare dalle mode o dai consigli di qualcun altro (compresi maghi e fattucchiere).
Prendono medicine anche se non ne hanno bisogno, credono che le “medicine naturali” (quelle derivate dalle piante) non facciano male, leggono giornali che trattano argomenti di “salute”, ascoltano tutte le trasmissioni televisive su questo argomento e credono di saperne di più dei medici.
I “media sanitari” che trattano, ovviamente, non il singolo caso, pur invitando, di norma, il lettore a rivolgersi al proprio medico, non vengono seguiti in quest’importante consiglio.
Personaggi di questo tipo sono molto influenzabili e, soprattutto per questo, corrono parecchi rischi.
Ora sono arrivati, molto invadenti, i farmaci in internet.
Provate a controllare le “mail” spazzatura, le “spam”, che vi arrivano: cosa vi propongono? In primo luogo “viagra”, “cialis”, ma anche “valium” e farmaci di ogni tipo. Siamo sicuri che siano veramente farmaci?
È, come molte cose su internet, una truffa, con l’aggiunta di essere anche molto pericolosa.
È senz’altro il caso che, soprattutto queste persone, non caschino nel tranello che potrebbe avere conseguenze nefaste.
Per maggiori informazioni cliccate qui (“Medicinali in internet: connubio mortale”) e … attenzione!
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