mercoledì 1 novembre 2006

4 novembre 1966: “acqua granda” a Venezia.

Sono già trascorsi quarant’anni! Come passa veloce il tempo.
Molti giovani, forse, non lo sapranno, ma qual giorno due città, le più ricche al mondo, artisticamente parlando, stavano soccombendo alle forze della natura: Firenze e Venezia.
Non conosco cosa stiano facendo a Firenze per ricordare quel giorno; so, invece, che il Comune di Venezia sta preparando un sito con le foto e le riprese cinematografiche di quei drammatici giorni ( http://www.albumdivenezia.it/ )
Io non ho scattato fotografie, però c’ero. Questi sono i miei ricordi.
Il 3 novembre, sabato, con il Coro Marmolada, del quale facevo e tuttora faccio parte, ero andato ad Arzignano, in provincia di Vicenza, per un concerto. Pioveva e tirava un forte vento di scirocco (raffiche anche di 80 km. orari). Faceva caldo, troppo caldo per la stagione. Tutto il pomeriggio e tutta la sera continuò a piovere, e quando il pullman ci lasciò a Piazzale Roma, circa le tre del mattino del giorno quattro, pioveva ancora. Subito la situazione mi parve problematica. Nelle “fondamente” (strade veneziane, che s’affacciano su un canale), immediatamente a ridosso del piazzale, c’era già acqua, nonostante la zona fosse, e lo è ancora oggi, abbastanza elevata. Per prendere il vaporetto erano già state approntate le passerelle e notai il pontile d’approdo molto alto. Percepii subito che l’acqua aveva già raggiunto un notevole livello, uno dei più alti negli ultimi anni. Gli amici che dovevano procedere a piedi si trovarono subito in difficoltà e, lo seppi dopo, affrontarono le calli allagate per arrivare alle loro abitazioni. Ma anche coloro che, abitavano in altre zone di Venezia, scendendo alle varie fermate, si trovarono subito bloccati e dovettero camminare con l’acqua che, in certi punti, già arrivava alle ginocchia.
Io, allora, abitavo al Lido e quindi dovetti restare in vaporetto percorrendo tutto il Canal Grande ed il Bacino di San Marco. Non si vedevano pezzi asciutti ed in molte zone mancava già l’illuminazione pubblica. Ogni tanto si notava qualche chiazza oleosa: era la nafta, combustibile usato allora, uscita dai serbatoi che l’acqua, ormai, superava. Si capiva che la situazione era drammatica anche perché, secondo l’orario della marea astronomica, l’acqua doveva aver già iniziato ad uscire e, quindi, il livello doveva diminuire.
Lasciando il Canal Grande, ed uscendo nel Bacino di San Marco, il vaporetto fu investito da forti raffiche di vento ed iniziò ad ondeggiare.
La Piazza San Marco era scomparsa.
Quei pochi che salivano in vaporetto portavano notizie sconvolgenti. Ma si sperava nella bassa marea che avrebbe riportato la città alla normalità.
Io ero abbastanza tranquillo perché il Lido è molto più alto e, quindi, sarei stato all’asciutto. Verso le quattro del mattino arrivai a destinazione e scendendo dal vaporetto trovai solo qualche centimetro d’acqua, che aveva invaso il Piazzale S.Maria Elisabetta. Gli autobus avevano spostato la fermata agli inizi del Gran Viale, non ancora allagato, cosa che invece accadde qualche ora dopo.
Finalmente arrivai alla fermata vicino casa e dovetti affrontare un fortissimo vento che mi faceva camminare con fatica. Il mare rumoreggiava, ma non persi tempo a guardare ed entrai in casa.
Mia figlia non aveva ancora tre mesi e dormiva tranquilla; mia moglie, essendo rimasta tutto il giorno in casa, non si era resa conto di quanto fosse grave la situazione. Vista l’ora oltremodo tarda, non ci furono grandi colloqui e mi addormentai subito, nonostante il continuo rumoreggiare del mare.
E venne l’ora del risveglio; erano circa le dieci del mattino. Accesi la luce, ma tutto restò buio perché mancava l’elettricità. Andai alla finestra, alzai la tapparella e, da subito,faticai a vedere il palazzo di fronte: gli spruzzi d’acqua, trasportati dal vento, rendevano il vetro della finestra non trasparente.
Il riscaldamento non funzionava, ma non c’era freddo. La preoccupazione di mia moglie e mia era per la piccola Laura, perché ascoltando la radio a batterie, le notizie, pur nella loro frammentarietà, erano allarmanti. Affermavano che l’acqua, nelle sei ore in cui doveva scendere, era invece aumentata per la forza del vento ed ora riprendeva a salire con maggiore velocità e se i “murazzi” non avessero tenuto, il mare sarebbe entrato in laguna! Noi abitavamo proprio sul lungomare dove iniziavano i “murazzi”, barriera artificiale di grossi massi di pietra d’Istria, posti a protezione della laguna ancora dalla Serenissima nel XVIII secolo.
Una volta allattata ed addormentata la piccola, mia moglie ed io decidemmo di andare a guardare cosa succedeva. Scesi nell’androne del condominio trovammo la porta sbarrata da rinforz,i che impedivano si aprisse per la violenza del vento e, quindi, uscimmo per il retro.
Il lungomare era battuto dal vento. Arrivammo all’inizio di quella che doveva essere la piccola spiaggia dello stabilimento “Sorriso”, proprio di fronte a casa nostra, ma non vedemmo spiaggia, le capanne erano sfasciate e perfino i camerini in muratura non esistevano più. La forza del mare aveva distrutto tutto. Solo la struttura su colonne in cemento ancora resisteva. Ed i murazzi? Tenendoci l’un l’altra, per proseguire contro il vento, arrivammo a percorrere il centinaio di metri che ci separava da questa diga. Le onde, altissime, che s’infrangevano sui massi sottostanti, superavano in parte la barriera e si riversavano sui terreni sottostanti, allora coltivati ad orto. Una breccia sembrava già aperta e da lì l’acqua entrava più facilmente. Ogni tanto qualche onda più forte si riversava completamente dall’altra parte.
Eravamo soli sui murazzi, ed allora capimmo che, forse, sarebbe stato meglio rientrare.
Restammo a casa fino alle sedici, quando uscimmo nuovamente per vedere se si poteva andare a Venezia. Il piazzale, sul quale la mattina c’erano pochi centimetri d’acqua, ora era completamente allagato. Ormai da circa ventiquattro ore l’acqua continuava a crescere senza mai poter defluire. I motoscafi, natanti più piccoli che riuscivano ad approdare all’interno di un vicino canale, viaggiavano senza alcun orario e non era assicurato il ritorno. Non restava che ritornare a casa.













Il vento continuava ad infuriare, quando, all’improvviso, ci fu un silenzio quasi irreale ed anche la luce, ormai eravamo all’imbrunire, apparve strana. Il tutto durò poco. Dopo di questo percepimmo subito che il vento aveva cambiato direzione: ora proveniva da terra ed era il vento detto “di garbin”, il vento della salvezza!
Subito l’acqua cominciò a defluire e fu allora che saltarono fuori le magagne: gente senza casa con le masserizie in calle, il segno della nafta su tutti i muri, i negozi con la merce rovinata dall’acqua, corrente elettrica che funzionava solo a tratti, tanto che, di notte, gran parte della città restava al buio.
I giorni successivi, girare per Venezia era veramente deprimente.

9 commenti:

Toni ha detto...

Anch'io ho ricordi angosciosi di quel giorno.Mio padre e mia madre erano senza cibo e senza luce;mio fratello aveva la polmonite e non si trovava pane perché tutti i forni erano stati allagati.Io mi munii di stivali ed impermeabile.Feci provvista di pane e candele a Trivignano, dove insegnavo e andai in soccorso dei miei. . . .
Mi pareva che Venezia fosse finita!

Anonimo ha detto...

E la piccola laura di 3 MESI che faceva? l'avevate MOLLATA a casa da sola addormentata???

Anonimo ha detto...

Grazie per la visita (integrerò il tuo commento, naturalmente), ma soprattutto per questo racconto-ricordo che leggerò con molta calma. Come si fa a non amare Venezia? Ci sono stato due volte e mi ha incantato.
Frank57

Gigliana ha detto...

Ti faccio i miei complimenti per il modo in cui hai scritto, hai saputo rendere la situazione con molto realismo, e nel contempo hai usato un linguaggio poetico, nonostante la drammaticità dell'evento. Leggendo il post sembra di trovarsi a Venezia proprio nel momento del disastro. Speriamo che nulla del genere debba più accadere.

Paolo ha detto...

Bravo, mi hai fatto dire c'ero anch'io!
Hai fatto una descrizione realistica..sembrava ancora di sentire il vento caldo che ti accarezzava la faccia. Non mi ricordo, ma mi sembra che nel viaggio in battello fino all'Arsenale dove abitavo, c'ero anche io.
D'altra parte, a quel'ora della notte, non è che ci fossero tante alternative.
Mi ricordo che sceso dal battello, vista l'acqua alta, mi sono tolto le scarpa (erano ancora quelle del coro) le ho legate con le stringhe, messe attorno al collo e sono arrivato a casa bagmato sino alle ginocchia.
Che ricordi!
Grazie per avermeli riportati alla mente.
Ciao paolo

maria ha detto...

Grazie Sergio per questa triste ed importante testimonianza!

InOpera ha detto...

Sergio, bellissimo sembrava di vederti con tua moglie ed il mare che iniziava a fare breccia tra i murazzi.

ma invece, il progetto Doge (credo si chiami così) per impedire l'acqua alta a Venezia, che ne pensi?

sergio ha detto...

x Inopera.
Il progetto al quale tu ti riferisci si chia Mo.S.E. (e non Doge).
E' un progetto di dimensioni enormi che, senz'altro sconvolgerà la laguna. E' già iniziata la sua costruzione, ma non tutti sono convinti della sua bontà, ad iniziare dal Comune. Lo Stato, non ci sente a voler valutare altri progetti e penso che questo continui, così servirà soprattutto a ricordare ai posteri mister Berlusca che, come era lo scopo del ponte sullo stretto: "passare alla storia".
Ora, è molto difficile valutare, non essendo tecnici, se il sistema sarà buono o meno. A mio modesto parere il costo non vale quanto riuscirà a fare.
Senz'altro altri sistemi, meno costosi e meno invadenti, forse riuscirebbero ad avere un migliore rislutato complessivo.

sergio ha detto...

x INOPERA

http://www.comune.venezia.it/mose-doc-prg/

Questo è il link per documentarsi sul Mo.S.E.