martedì 5 giugno 2007

Coralità “alpina”: cos’è?

Navigando in internet, mi sono imbattuto nel sito dell’A.N.A. (Associazione Nazionale Alpini) e, in particolare, nella sezione denominata “Coralità alpina” il cui indirizzo, per chi fosse interessato ad approfondire, è il seguente: http://www.ana.it/page/il-dibattito-sulla-coralit-agrave--2009-07-13
Ovviamente, mi sono letto tutti gli articoli (ben sedici) nei quali sono espressi diversi pareri, sia di “esperti” (maestri, coristi), sia di alpini, per lo più legati ai moduli di canto “alpino”, modulo che in tanti hanno tentato di definire senza, secondo me, riuscirci, anche perché non esiste.
Cosa si intenda per voce “maschia”, concetto ribadito in alcuni interventi, non è molto ben chiaro; a mio parere, dopo parecchi anni di esperienza corale, durante i quali ho avuto modo di ascoltare anche dei cosiddetti cori “alpini”, la voce “maschia” è quella, a volume elevato. L’importante è farsi sentire, non importa come e non importa se intonati o meno. Questo, per qualcuno è il canto “alpino”.
Ma poi, esiste veramente il canto “alpino”? Bisogna ricordare, per l’ennesima volta, che il nostro modo di cantare discende da “…un’invenzione dei fratelli Pedrotti…” (De Marzi) che fondarono un coro cittadino e quindi non “di montagna” né tanto meno “alpino”.
Nell’intervento di Renato Amedeo Buselli, direttore del coro “A.N.A. San Zeno di Verona”, l’autore ricorda il libro dell’ex presidente nazionale dell’A.N.A., Caprioli, dal titolo “Cantavamo Rosamunda”; è “Rosamunda” un canto “alpino”? No ovviamente, come non lo è “Mira il tuo popolo o Bella Signora” che, Bepi De Marzi, citando alcuni reduci della campagna di Russia, ricorda che veniva cantato dagli alpini sulle rive del Don.
Gli alpini cantavano in coro, con le mani dietro la schiena, a quattro voci? Ovviamente no! Si trattava, invece, di canti monodici delle loro contrade, spesso di argomento amoroso ed accompagnati da uno strumento.
Ed allora, perché questo accanimento nel rispolverare un “canto alpino” che non è mai esistito? Forse la nostalgia di qualche anziano; non vedo altri motivi.
Perché criticare le armonie a più voci, raffinate ed affinate, che certi cori riescono ad eseguire suscitando nel pubblico ammirazione ed anche entusiasmo? Perché voler insistere che quando il pubblico sente intonare dei “canti alpini”, “… cantati alla maniera semplice …” (cosa sia la maniera semplice non si sa) solo allora si entusiasma? Perché insistere che non si deve cantare “Funiculì, funiculà” perché non è una canzone alpina? Secondo me certi personaggi sono pervasi da “razzismo canoro”! Solo quei canti (quelli “alpini”) hanno valore e devono essere cantati ed anche nel modo voluto da loro. Tutto il resto, anche se non lo dicono, non ha valore.
Un sacerdote scrive, fra l’altro,: “… Non è pensabile eseguire brani nati in trincea, tra il fango e la mitraglia, con la leziosità di armonizzazioni che nell’esperienza popolare assolutamente non esistono: il coro alpino non è un coro di monache e nemmeno il coro della cattedrale: dev’essere coro virile, deciso, spontaneo e naturale; anche le armonizzazioni a quattro voci pari, con tutto il rispetto dei grandi maestri che le hanno approntate, si rivelano spesso artefatte, stucchevoli e fasulle, giacché spontaneamente, nessuno, a meno che abbia fatto studi di armonia in conservatorio, è in grado di creare tali armonizzazioni.”
Ma chi lo dice che i canti sono nati “tra il fango e la mitraglia”? E cosa vuol dire “naturale”? Per fortuna, più avanti, sempre lo stesso sacerdote, ammette che con il suo coro di 20 elementi “… non fa concerti altolocati …”!!!
Scrive un certo Rodolfo Gallazzi, un alpino non appartenente al mondo dei cori: “... E in una Italia che sta rinunciando alla propria identità storica, culturale e religiosa (grazie a tanti nostri politici e a tanta parte del clero) non sento il bisogno che anche noi ci si allinei a questa cultura rinunciataria. Non è che tra qualche mese verranno inseriti in repertorio anche canti arabi per essere ancora di più in linea con la cultura multietnica?” Evidentemente la “cultura” leghista ha fatto breccia anche nel cuore di qualche alpino.
Se il canto arabo è bello, perché rinunciare a cantarlo? Solo perché non è alpino?
Ma per fortuna non tutti gli alpini sono di questo stampo, ed allora il già citato Renato Amedeo Buselli, del quale condivido tutto il suo intervento, risponde: “… Pertanto se un coro desidera cantare “Funicolì funicolà” e “La Madunina” le canti pure e perché no? anche canzoni arabe, basta che piacciano. Sono perfettamente d’accordo con il direttore del coro ANA della sezione di Milano Massimo Marchesotti, il quale dice che un coro alpino o non alpino deve cantare e l’impegno dei coristi e del direttore è far cantare e cantare… bene.”
Quindi, usando un termine militare, la parola d’ordine è: “CANTARE BENE”, ovviamente non nel modo voluto da certi alpini!

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi ha fatto molto piacere notare quello che dice Marchesotti : l'avevo conosciuto quando andavo a consolarmi da loro, ai tempi di quando ero a Milano per lavoro ed alla sera avevo un pó di "magone" da solitudine.

Enzo

Toni ha detto...

Ci sono ancora cori che cantano con caparbietà "Il testamento del Capitano" (che io chiamo :Il canto dei macellai), indossando pantaloni alla zuava in velluto rigato, con relativi calzettoni di lana e pedule, se non addirittura scarponi. Cosa significherà per loro rinnovarsi? Cambiare divisa?
Io credo che si debba cantare TUTTO ciò che metta in risalto la preparazioine di un coro, attraverso una buona musica, che per fortuna esiste ancora nel mondo.

renato ha detto...

Ho letto anch’io quegli articoli sulla coralità alpina sulla rivista dell’ANA che, in quanto alpino in congedo, mi arrivano mensilmente per posta.

Devo constatare, sia sul post che sui commenti, un certo grado di sufficienza, di snobismo nei confronti dei cori alpini, che , in quanto composti appunto da alpini e diretti in genere da alpini, adottano il repertorio che preferiscono (canzoni degli alpini e non solo, anche popolari o cosiddette di montagna), e nel modo che preferiscono , ossia con voci maschie (ma intonate) rifuggendo da falsetti e roba del genere che loro intendono essere mere leziosaggini.

Perché dobbiamo criticarli? Perché ci sentiamo in dovere di irridere alle loro divise tradizionali composte di calzoni di velluto alla zuava e camicie a quadri? E perché mai dovrebbero rinnovarsi, se a loro va bene così? Perché dobbiamo esprimere facezie di dubbio gusto nel citare una canzone simbolo per gli alpini come “il testamento del capitano”?

E andiamoci piano con le innovazioni: personalmente preferisco ascoltare i cori “maschi” che sorbirmi una “funiculì funiculà” cantata “SAT style“, così come non apprezzo granché sentire alcuni cori anche celebrati far concorrenza ai neri d’America nei canti spirituals, perdendo regolarmente la competizione.

Concludo contestando infine l’affermazione che i canti popolari (da cui discendono quelli alpini) siano per forza monodici: il famoso critico musicale e alpinista Massimo Mila scriveva molti anni fa che nei paesi di montagna era facile sentire - magari in osteria - canti con applicazione di terze e quinte, ossia di quelli voci più naturali e magari più rozze che comunque conferiscono al canto stesso un’armonia appagante sia per i cantori che per chi li sta ad ascoltare.

Cordialmente

Renato

Sergio ha detto...

Per me è possibile cantare sia "Il testamento del capitano", sia "Funiculì, funiculà", sia "Quel mazzolin di fiori", sia molti altri canti (veneti, siciliani, sardi, napoletani, americani, francesi, arabi, d'autore, rielaborati, classici e quant'altro) purché l'esecuzione sia al meglio.
Ripeto: l'importante è CANTARE BENE e non importa quale divisa s'indossi!
Non accetto, però, che gli alpini, alcuni alpini, pretendano che si cantino solo le loro canzoni e come le vogliono loro.
D'altra parte ci sono parecchi cori ANA che non hanno seguito gli indirizzi di certi alpini e che, invece, cantano di tutto e bene.